Non smettere di sognare

Era da tempo che non scrivevo. Era come se avessi qualche blocco e che la fontana delle parole avesse smesso di lavorare bene. Per me scrivere era sempre stato un hobby, soltanto, una piccola valvola di sfogo che mi permetteva di liberarmi di certe emozioni facenti parte della mia vita quotidiana. Scrivevo per me stessa, avrebbe detto mia madre, anche se a dire la verità lo facevo pure per gli altri. Già alle elementari portai a casa il primo premio letterario, che vinsi per aver scritto la migliore storia breve in un concorso interscolastico.

Poi, a liceo, la mia professoressa di letteratura mi convinse di liberarmi della timidezza e di prendere attivamente il posto della redattrice nella rivista liceale. Essendo il liceo linguistico, la rivista trattava gli argomenti di questo genere, e io scrivevo per di più la poesia. Era il modo migliore per esprimermi e per farmi capire. La cosa beffa è che scrivevo anche per i compagni di classe, alla loro richiesta, quando soffrivano per l’amore. Loro mi raccontavano le storie e io dovevo renderle poetiche, toccanti per le loro dolci metà con i quali a volte litigavano.

La scrittura mi aiutava di essere me stessa, soprattutto perché non ero in buoni rapporti con il mio io esteriore. Mi sentivo da sempre diversa dagli altri, per il semplice fatto che da bambina ebbi problemi di salute e di conseguenza cominciai a camminare tardi, a 4 anni. Scrivendo potevo essere chiunque, una persona come tutte le altre, con forse una fantasia un po’ più marcata. Quando, poi, a metà del terzo anno di liceo cominciarono i bombardamenti della Serbia, usai la scrittura come una scala che mi permetteva di salire e di allontanarmi da tutto quel casino, dalle sirene, gli aerei e la paura che cresceva dal giorno in giorno.

Quei mesi di primavera ed estate del 1999 mi cambiarono molto. Era in quel periodo che capii che dovevo andarmene. Mamma aveva saputo del corso diplomatico a Gorizia, e me ne aveva parlato così, come una cosa che si racconta, un semplice fatto di cui chiacchierare. Io, che sognavo di laurearmi in lingue, di un colpo volevo assecondare i sogni irreali, che facevo da bambina, dichiarando a tutti che volevo fare l’ambasciatrice un giorno. Il diavolo, credo, si era impossessato di me, altrimenti oggi non saprei spiegare cosa mi avesse spinto allora a fare quella decisione. Forse la risposta è piuttosto semplice  – era l’unico modo per andarmene, e all’epoca questo era il mio unico pensiero.

All’arrivo in Italia, forse spinta dalla nostalgia, la mancanza di quel mondo che anche se odiavo era l’unico che conoscevo bene, cominciai a scrivere. In una stanza lunga che faceva da sala studio in un convitto studentesco, dove trovai la macchina da scrivere, nacquero le prime pagine di un romanzo ambientato tra i miei Balcani e l’Italia. Lo stesso che fu pubblicato nel 2009. Quanto ero orgogliosa mentre tenevo tra le mani la prima copia che regalai poi a un amico incontrato a Belgrado quell’autunno.

Quel libro però aveva ad un certo punto creato più danni che bene. Non capivo chi ero. La donna che voleva fare l’ambasciatrice che però non riusciva a trovare lavoro in quell’ambito, oppure la ragazzina adulta che nello scrivere vedeva sé stessa e il suo futuro, seppur incerto. Siete mai stati depressi? Beh, io sì. Ero caduta così in basso che non riuscivo a tirarmi su. Quando, però, una amica mi propose di scrivere per una nuova rivista di lifestyle che nasceva a Belgrado, senza nemmeno pensarci dissi sì. Era forse il destino che le cose andassero così, non so, però qualcosa cambiò in me quel giorno. Per la prima volta nella vita fui consapevole del fatto che lo scrivere aveva smesso di essere soltanto un hobby. Era qualcosa di più grande e di più forte. Era il sogno ritrovato che non dovevo perdere di nuovo.

Ed eccomi, pronta a continuare a coltivare quel sogno e a fare sì che rimanga sempre vivo nel mio cuore. Nella mia anima che per la prima volta si trova sulla strada giusta. La strada che porta a un futuro scritto con le parole, animato dai suoni e dalle immagini. La parola d’ordine d’ora e in avanti: Non smettere di sognare. MAI. 

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Info Emy
Mi chiamo Emina. Vengo dalla Serbia però vivo in Italia dal settembre 2000. Sono laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed ho un master in Studi Est-Europei. Per molto tempo ho cercato di trovare me stessa, la mia vocazione. Dal 2010 credo di averla finalmente trovata. La mia vera passione è sempre stata la scrittura. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo "Il virus balcanico" in Serbia nel 2009, ho passato dei momenti bui. Più che altro si è trattato di una vera crisi esistenziale. Ora ho capito che la mia strada, oltre di quella di scrittrice che non abbandono, è il giornalismo. Lunga strada da percorrere ma importante è iniziare. E io l'ho già fatto. Ho collaborato per un anno e tre mesi con una rivista di lifestyle e moda di Belgrado. Dal luglio 2011 ad aprile 2012 ho collaborato con la rivista italiana online "Che donna". Dal febbraio 2012 fino all'estate del 2013 ho collaborato con un portale serbo dedicato alle donne, "Quello che le donne vogliono". A luglio 2012 sono arrivata a fare la giornalista per una rivista italo - americana, registrata a Tampa nella Florida, chiamata "Italian heritage magazine". Per un anno ho collaborato con l'associazione Trentino Balcani alla realizzazione del blog progetto "60 storie". Nel tempo libero cerco di scrivere il mio primo romanzo in italiano. Contenta e felice di quello che faccio. Andiamo avanti con sorriso, umiltà e felicità.

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