Libri: Il giardino degli incontri segreti

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Non conoscevo Lucinda Riley, non avevo nemmeno mai letto uno dei suoi libri. È stata lei a farsi conoscere e scegliere. Non ho una logica ben precisa quando compro i libri. Entro semplicemente in libreria e mi abbandono all’istinto. È stato così anche quel giorno. Sono entrata in libreria, dicendo a me stessa che avrei soltanto dato un’occhiata. Non avevo intenzione di fare le compere anche se, amante della parola scritta, sapevo che non sarebbe stato facile resistere, soprattutto quando vidi “Il giardino degli incontri segreti” della Riley.

Tornata a casa, non vedevo l’ora di cominciare a leggere il mio nuovo tesoro letterario, riposto con cura sulla libreria. Una volta che iniziai era piuttosto difficile fermarmi. Portavo il libro ovunque. Più delle volte mi trovai in sala da pranzo intenta di mangiare e seguire la storia allo stesso momento. Arrivata alla fine sentivo una gioia immensa perché avevo trovato il romanzo delizioso. Stupendo per la maniera in cui è scritto perché mentre lo assaporavo era come se guardassi un film che sequenza dopo sequenza si sviluppava davanti ai miei occhi.

La protagonista di questo romanzo è una pianista di fama mondiale di nome Julia Forrester.  Dopo l’incidente d’auto, in cui persero la vita suo marito Xavier e il figlioletto di 3 anni Gabriel, la donna, distrutta dagli eventi tragici che le hanno sconvolto la vita decide di tornare a casa in Inghilterra. Si installa nel vecchio cottage di sua proprietà ma il dolore per la perdità dei suoi cari è talmente grande che non riesce a tornare a vivere e si abbandona alla tristezza e pensieri cupi.

Sua sorella Alicia è molto preoccupata, è una donna forte che si è sempre occupata della sorella minore e di tutta la famiglia dopo la morte della madre Jasmine, e cerca di aiutare Julia a superare il periodo diffile. Un giorno va a trovarla per convincerla di accompagnarla ad un’asta per farla distrarre un po’ e uscire dal nascondiglio. La tenuta Wharton Park, dove le due donne hanno passato la loro infanzia è messa in vendita e sarà proprio quel luogo, che ha visto il nonno materno  Bill, e i suoi antenati occuparsi del giardino della tenuta, a portare Julia sulla strada di guarigione.

All’asta Julia incontra Kit, il giovane lord Crawford che ha ereditato la proprietà e che un giorno quando era ragazzo l’ha sentita suonare pianoforte e non l’ha mai dimenticata. Tra i due nasce una tenera amicizia, sarà proprio Kit ad aiutare la vedova Forrester a ricominciare a vivere e credere nel futuro.

Un giorno Giulia riceve un’ospite molto gradita, la sua nonna materna  Elsie, che nel passato era una delle camerere della famiglia nobile dei Crawford. In quell’occasione la vecchia  signora le racconta un segreto di famiglia, che scoinvolgerà la vita di Julia e che la porterà, attraversando un ponte fatto di ricordi che unisce il passato con il presente, sulla strada della vita che l’ha vista smarire e perdere se stessa. Sulla strada giusta che la farà scoprire chi è e come affrontare quel futuro che le sembrava non esistesse più.

È una bellissima saga famigliare, che porta il lettore a conoscere l’Inghilterra della seconda guerra mondiale e un’oriente lontano di profumi e colori indimenticabili, ma anche e soprattutto una piuttosto emozionante storia d’amore, il forte sentimento che coinvolge i personaggi dall’inizio alla fine.

Lucinda Riley mi è piaciuta molto con questo romanzo e mi è venuta la voglia di conoscere le sue opere. Proprio in questi giorni è uscito in Italia il suo nuovo romanzo “Il profumo della rosa di mezzanotte”, che non vedo l’ora di leggere. Spero che sarà all’altezza delle mie aspettative.

Addio, Paco de Lucia

La musica ha un linguaggio comprensibile in tutto il mondo. Basta chiudere gli occhi e capirai il suo senso. Ti toccherà l’anima, facendola vibrare a lungo. Farà battere più veloce il tuo cuore. Ti bagnerà gli occhi.

Amo molto, specie quando scrivo, ascoltare la musica in sottofondo. Spesso la mia collona sonora del giorno ha il suono del pianoforte. Quando ero alle medie sono andata per un anno alla scuola  di musica. Suonavo la pianola. Forse da lì deriva questo profondo sentimento che mi lega alla melodia del piano, capace di rilassarmi quando sono nervosa, concentrarmi quando studio o scrivo.

All’epoca in cui andavo al corso di pianola, c’era una melodia che avrei voluto imparare a suonare  ma la maestra diceva che era troppo difficile per una principiante come me. C’era però una ragazza, un’alieva più grande, che spesso la suonava e mi faceva sognare ad occhi aperti. Ricordo ancora il momento in cui chiesi alla maestra cos’era quella meraviglia che mi emozionava così tanto che non riuscivo a spiegare a parole quello che provavo. “Concierto Aranjuez – mi disse la maestra – Adagio.”

Passarono gli anni. Avevo dimenticato quella meraviglia ed armonia di suoni fino a quando non la ascoltai in un’altra, completamente diversa, esecuzione. Il dolce suono del pianoforte era sostituito con quello energico della chitarra e a toccare le corde dell’anima fu lui, il grande ed insostituibile maestro  Paco de Lucia.

Ancora oggi quando lo ascolto mi emoziona e con il grande dispiacere che ho apreso la notizia della sua scomparsa. Se n’è andato un gran uomo della musica, del flamenco. Un vero artista di quelli che non si dimenticano, cui stella rimarrà a brillare nell’eterno sul cielo musicale.

Addio, maestro.

Orizzonte Serbia

Un articolo interssante sulla Serbia.

Il virus balcanico – capitolo 3

Sono passate delle settimane da quando il mondo mi ha crollato addosso e il tempo si è fermato. L’orologio della vita ha arrestato le sue lancette nell’ora e nel minuto in cui si è rotto lo specchio, senza sapere che avremmo avuto, di conse­guenza, dieci anni di totale infelicità. All’orizzonte ancora nessuna traccia dell’orologiaio, quel samaritano buono che si fa chiamare pace. La palla anche que­sta volta è in mano dell’Occidente, l’Est come al solito perde ogni partita di quel derby centenario Vaticano – Bisanzio. Sento che la mia anima è come se si fosse svuotata. Ogni fonte della speranza e della pace si è disseccata lasciando lo spa­zio a Sahara, quel deserto di un altra distrutta gioventù serba.

“Cara Sonia, siamo tutti molto preoccupati per te. Lo so, non è un periodo fa­cile, quello che stai vivendo, però sei sempre stata una ragazza forte. Eri il punto di riferimento non solo per me ma per tutti quanti noi. Proprio per questo non capisco questo tuo comportamento. Ti sei chiusa in te stessa e non ti lasci avvicinare da nessuno. Ma dove è sparita quella bambina che giocava con me, mi tirava per i ca­pelli e mi rubava le caramelle che adoravamo entrambi?E dove si è nascosta la ragazza che scappava da scuola insieme a me e mi consolava quando ci capita­va di avere qualche brutto voto di matematica che odiavamo? Non la trovo. Da giorni la sto cercando inutilmente nei corridoi di un grattacielo, in un ascensore in cui ci siamo bloccati mille volte. Mi piacerebbe tanto trovarla. Se la vedi, fammelo sapere. Conosci il mio numero. Magari potresti anche fare due passi e bussare alla mia porta. Da tanto tempo non c’è nessuno a leggermi il fondo della tazza di caffè. Non essere testarda. Il tuo sincero vicino di casa e miglior amico, Zvon­ko.”

Ho trovato stamattina sul comodino la lettera di Zvonko. Strano, non ha mai scritto nulla nella sua vita, tanto-meno una lettera del genere.  Se si trattasse di Nicola, avrei potuto anche capire, ma così sono esterrefatta. Nicola scrive o al­meno cerca di farlo perché ha un grande sogno. Vorrebbe essere un giornalista da grande. Però Zvonko non ha mai avuto un impulso della scrittura il ché mi confonde ora. Chissà, magari non ha scritto la lettera da solo. Mi ha poi sempre preso in giro per la mia passione per la scrittura dicendomi che quel mestiere non faceva per un anticristo come me. Devo, però, ammettere che la sua lettera mi ha fatto riflettere. Ha ragione lui, ho esagerato questa volta. Non è colpa dei miei amici per tutto quello che ci sta succedendo. Dovrei usare tutta la mia rabbia contro Maresciallo però purtroppo lui mi è irraggiungibile. Io per lui sono sol­tanto un pesciolino insignificante che vive fuori delle sue acque territoriali.

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Libri: I disorientati

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Ogni libro è la storia a sé. C’è quello che ti lascia senza parole, che ti prende e ti rivolta come un calzino e ti fa pensare, anche il giorno dopo che lo hai chiuso. L’altra sera, dopo aver finito “I disorientati” di Amin Maalouf, sono andata a dormire chiedendomi: “Era il finale che mi sarei aspettata di leggere?” Mi sembrava di no. Provavo una sorta di rabbia verso l’autore per avermi lasciata “in sospeso”, ma poi, la notte porta il consiglio, e il giorno dopo ho capito, credo, il perché di quella scelta. Partiamo, però, con l’ordine.

C’era qualcosa in titolo scelto per quest’opera, “I disorientati”, che mi aveva attirata. Leggendo, poi, l’incipit, era come se il libro mi stesse chiamando, dicendomi all’orecchio: “Scegli me.” Non ho esitato, ho seguito l’intuizione, l’ho comprato e a breve iniziato a leggere. La storia mi ha portato in Libano, in un villaggio di cui nome non appare mai tra le pagine, nemmeno il Libano stesso ma lo presumo, dove è nato e vissuto Adam, il professore di storia alla Sorbona, emigrato in Francia un quarto di secolo fa durante la guerra civile. Nella tarda notte, mentre era ancora a Parigi, riceve una telefonata dal suo paese natio. Dall’altra parte della cornetta trova una persona che non si sarebbe mai aspettato di sentire, Tania, moglie di suo amico Mourad, che lo invita di tornare nel paese per dare l’ultimo saluto all’amico morente che desidera vederlo. Tra i due non scorre del buon sangue, Adam non ha perdonato alcuni comportamenti dell’amico durante la guerra, ma non se la sente di rifiutare l’invito. Decide così di partire, di tornare al paese dopo 15 anni, non credendo di rimanerci a lungo. La sorte fa, però, che arriva tardi. L’amico è già morto.

Inizia così il suo racconto, che descrive le giornate, sedici in totale, passate al villaggio. Il suo primo incontro con la vedova, che vorrebbe che gli amici del marito potessero ritrovarsi al villaggio un giorno per ricordarlo, il disgusto che gli fa vedere alcuni personaggi politici al capezzale dell’amico. Il suo primo istinto gli dice di tornarsene a casa, mente anche la vedova riguardo alla possibilità di rimanere al funerale trovando la scusa di dover tornare all’università, omettendo però il fatto di aver preso un anno sabbatico. È una possibilità unica, passare un po’ di tempo al paese, decide così di rimanere installandosi nella locanda della bella Semiramis, sua amica dai tempi dell’università. Chiuso nella stanza, perdendo solo il tempo per mangiare qualcosina, comincia a raccontare la propria storia in un taccuino.

Ricorda i tempi in cui il loro gruppo si è formato, parlando di ogni amico che ne faceva la parte. Erano così diversi tra di loro, alcuni musulmani, alcuni cristiani, ebrei, ma era proprio questa diversità che gli faceva unici. I conflitti, si sa, fanno sì che ognuno reagisca a modo proprio. L’amico ebreo, con la famiglia, si trasferisce in Brasile, Adam va in Francia. Albert, oggi noto ricercatore statunitense, che voleva suicidarsi per porre fine alla sofferenza che lo affliggeva, viene sequestrato ma dopo il rilascio tenta la sua fortuna oltre l’oceano. Uno di loro, dopo aver diventato ricco costruendo palazzi, decide di diventare il frate e così via. Giorni passano e l’idea di una loro rimpatriata diventa sempre più presente. A organizzare l’evento è proprio Adam. Comincia a scrivere agli amici in esilio, che si mostrano entusiasti dell’idea di ritornare in patria. Pian piano che si va avanti, si scoprono cose su ognuno di loro.

Il racconto di Adam si alterna ai suoi scritti, memorie riportate nel taccuino per ricordare gli eventi proprio com’erano. La lettura è scorrevole, limpida, piena di riflessioni che fanno pensare il lettore che si aspetta una, per scoprire poi un’altra cosa arrivando al finale, per niente banale, anzi. Forse un colpo di scena che al momento non ti aspetti. Il quale, come dicevo, mi ha fatto sentire in conflitto con Maalouf, che era la prima volta che leggevo, ma mi ha anche fatto scoprire un autore che vorrei incontrare ancora.

È stata una lettura piacevole, una di quelle che ti si insediano dentro il cuore per l’emozione che ti da. Ma soprattutto è stata una lettura in cui più andavo avanti più trovavo me stessa. Mi chiedevo come sarebbe stato il mio rientro dall’esilio, in una circostanza del genere. Nelle parole di Adam, che diceva di sentirsi straniero sia in Francia, che nel paese natio, il cuore mi ribaltava. Era esattamente l’emozione che spesso provavo. Nonostante non fossi originaria da quei luoghi lì, trovavo in alcuni passaggi i miei Balcani tumultuosi, le differenze religiose, gli amici della scuola superiore appartenenti alle diverse nazionalità, ma anche quelli incontrati in Italia, emigrati come me in seguito di guerra.  È un libro che, nella mia modesta opinione, merita di essere letto.

Il virus balcanico – capitolo 2

L’incendio è domato. Sento l’odore di bruciato che pare mi arrivasse fino alle narici anche se lo so perfettamente che tutto è parte della mia immaginazione ma è così che mi sento io. È come se tutto quello che avevo, la mia famiglia, i miei affetti, una metà di me stessa, si sia impolverato in quell’incendio che fu provoca­to dalla decisione di mio fratello gemello. Lo guardo mentre sta facendo la vali­gia e mi chiedo perché, perché di questa sua scelta. Gli ho offerto il mio aiuto per fare i bagagli ma dice di non volerlo. È troppo orgoglioso, proprio come lo sono io. Sono addolorata ma non ci posso fare nulla. Ormai è tardi. Sta per parti­re ed io non riesco a fare nulla per impedirglielo. D’improvviso sento il campanel­lo. Chiunque sia potrebbe essere la mia salvezza.

“Ciao Sonia. Posso entrare?”

“Ciao Zvonko. Entra.” Ho proprio bisogno di una faccia amica in questo mo­mento.

“Ciao. Sono venuto a prendere Darko. Devo portarlo in stazione.” Dice Zvonko non pensando che con le sue parole mi avrebbe ferito e pure profonda­mente.

“Che dici? Ma sei impazzito!Sei uguale a lui, anzi sei peggio!” Ma è possibile  che anche il mio miglior amico sia un traditore?

“Sonia, tranquillizzati.” Mi abbraccia. “Non è un momento facile neanche per  me. Ma Darko ormai ha preso una decisione e non possiamo fare altro che ri­spettarla, anche se ci costa molto.” Dobbiamo rispettare la sua scelta. Non pos­so. È una decisione che mi rattrista molto, che rattrista mia madre ma a loro due sembra che non importi più di tanto.

“Non posso tranquillizzarmi! Ti rendi conto che stai per accompagnare mio fratello in stazione da dove partirà per chissà dove? E in nome di che cosa? Di una guerra assurda! Tu sei pazzo, entrambi siete matti! Per favore non portarlo via!” Gli dico urlando.

Zvonko mi guarda impotente per farmi intendere che non può esaudire la mia richiesta. Non gli porto rancore anche se per colpa sua e di mio fratello sto tanto male. So che il loro legame è troppo grande, indissolubile per poterlo sciogliere e neanche il mio dolore ha il potere di fargli convincere dell’assurdità di questa partenza così insensata.

“Ciao. Sono pronto. Grazie per il passaggio fino alla stazione.” Darko rientra nel soggiorno. Si gira verso di me.

“Sonia, è arrivata l’ora di salutarci.” Prova ad abbracciarmi ma io mi giro di scatto.

“Vattene! Va’ a salutare Arkan!Va’ via, non sei altro che un insensibile!” Corro via nella mia stanza e mi chiudo a chiave.

“Sonia ti prego! Torna in sé! Ti comporti come una bambina!Apri ‘sta porta per piacere!” Bussa alla porta urlando ma si sbaglia se pensa che uscirò.

“Va via, vattene!” Non riesco a smettere di urlare.

“Va bene. Se vuoi che me ne vada senza salutarci, io me ne andrò. Ti scriverò e tu se vorrai potrai rispondermi. Andiamo Zvonko, non vorrei perdere l’auto­bus.”

“Non vuoi salutare i tuoi?” Gli domanda il mio miglior amico e il nostro vicino di casa.

“Ho provato ma hai visto il risultato. Papà non mi ha voluto neanche parlare. Mamma si è chiusa nella stanza e piange. E Sonia, te ne sei reso anche tu della situazione. Andiamo. Se resto qualche minuto in più ho paura che cambierò idea.” Da’ un ultimo sguardo all’appartamento in cui ha vissuto da anni, da quando si erano trasferiti, apre la porta e se ne va sospirando.

Non andartene, pensai, ma quando ho aperto la porta e l’ho chiamato per nome, era già troppo tardi. Se ne era andato, eppure per sempre, e io scema non ho fatto nulla, nemmeno l’ho abbracciato. Lo so, mi pentirò per tutta la vita per aver fatto un gesto così orribile. Non gli ho dato la possibilità di dirmi addio. E perché? Per rabbia o per orgoglio o nessuno dei due? La verità è che mi è man­cato il coraggio. Da presuntuosa ho pensato che sarei riuscita a fargli cambiare idea ma mi sbagliavo. Non mi resta che sperare che non gli succeda nulla di brutto in questa avventura balcanica e che torni presto a casa. Finché questo mio sogno non si realizzi, potrò ricordarlo chiudendo gli occhi, scappando come sem­pre dalla realtà.

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Il virus balcanico – capitolo 1

Esiste un modo ideale per iniziare a raccontare la storia della propria vita e non farla sembrare banale nello stesso tempo, banale e simile a tante altre? Il vecchio cliché di una storia felice che avrei potuto scrivere quando ero più gio­vane non fa ormai per me. Lo so, ce ne saranno mille di storie molto più interes­santi di quella che parla di un vulcano da qualche parte nel cuore dei Balcani esploso un giorno spargendo al posto della lava il sangue di tanta gente innocen­te che non se lo meritava. Un vulcano tanto potente, tanto forte che influenzò le scelte di molti, me inclusa, tutti quanti noi che per vivere abbiamo fatto un giorno le valigie raggiungendo qualunque parte del mondo in cerca di un futuro migliore, in cerca di un antidoto a quel virus balcanico da cui erano ammalati non solo i nostri politici. Purtroppo, nessuno ha ancora trovato quella cura ma ormai, a che cosa servirebbe? A farmi fare un passo indietro?

Stamattina ho trovato una vecchia scatola piena di lettere, di ricordi di mia gioventù, di quel passato che ci dava molto e toglieva tanto nello stesso tempo. Mi sembrava di aver sentito lo stesso brivido come in quella mattinata primave­rile dell’ormai lontano 1999 in cui chiamai Giuliana con quella voce tremante e le dissi semplicemente: “Aspettami all’aeroporto, arrivo a… ” Ho l’impressione che il passato si stia prendendo il gioco di me, ma lo affronterò con coraggio come sempre. Mi aspetta l’ennesima battaglia contro il passato che intendo vincere perché la vita è unica, non ce ne saranno delle altre, e bisogna viverla fino a fon­do come giustamente diceva mia nonna. Una vita che dura poco e bisogna ap­profittare di ogni suo instante.

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Sogno d’inverno

Getto uno sguardo veloce al calendario appeso al muro. Siamo già a metà dicembre. Quest’anno è proprio volato! Il profumo d’inverno rinfresca l’aria. È una giornata fredda ma soleggiata. Da restare sotto le coperte e pensare a cose belle, a coloro che non ci sono però la loro presenza si sente in tutta la casa.

Con le feste alle porte divento maledettamente nostalgica ed è una sensazione piacevole nonostante quel pizzico di dolore che vibra nell’anima e mi ricorda te. Noi. Vorrei averti in questa stanza colorata e calda che non hai mai visto, solo nelle foto che ti mandavo sporadicamente. Avrei da dirti tante cose importanti che come un nodo marino duro da sciogliere mi si sono bloccate nella gola. Tante emozioni miste mi pervadono in questa mattinata pigra che voglio passare a letto sognando.

Chiudo gli occhi e mi sembra di essere lì, in quella casa in montagna accogliente e scaldata dal fuoco ardente del camino tra cui mura spesse nacque mio padre. La casa alla quale sono legati molti ricordi della mia infanzia ormai giace vuota dalla morte di nonno e da quando, seguendo la volontà dei tuoi figli, te ne sei andata anche tu spostandoti in città che non ti piace tanto.

Ti manca l’aria di montagna, lo so. Il tuo bel giardino famoso in tutto il villaggio per  le sue bellissime rose rosse, il mio fiore preferito, che coltivavi con tanta passione e amore.  I tuoi cani e i gatti che ti facevano compagnia quando ti sentivi sola. Ti manca essere indipendente, fare le cose come meglio credevi, senza dover rendere conto a nessuno, sennò a tuo marito, che voleva sempre avere controllo su tutto. Soprattutto su di te. Ormai quella vita l’hai perduta, completamente, anche se i frammenti di ricordi piacevoli affiorano di tanto in tanto davanti ai tuoi occhi e allora sei felice.

È da tanto che non ci vediamo, che non trovo il rifugio tra le tue braccia lunghe e magre che da bambina mi davano quella sicurezza sempre desiderata e non così spesso ricevuta. Vorrei poterti vedere, parlarti, confidarmi con te ma, la vita a volte è così ingiusta, non c’è il modo che il mio desiderio venga esaudito. Almeno per il momento. Siamo lontane. Ore ed ore di viaggio in macchina, attraversando i diversi confini, ci separano. Anche se potessi raggiungerti, e credimi se potessi lo farei, so di certo, e la cosa non mi fa piacere, che non troverei la stessa donna.

Posso però incontrarti nei ricordi, su quella nuvola delle forme buffe, mille chilometri a sinistra dalla nostra stella. Sono sicura che anche tu, se chiudi gli occhi abbastanza forte, la vedi. Brilla più di tutte le altre stelle ed è luogo in cui potremmo sempre incontrarci. Sarà il nostro posto segreto negli anni e nei secoli a venire.  Il nostro posto che cerco con tutta me stessa di raggiungere ora.

Chiudo gli occhi e sogno. Non costa nulla sognare, almeno così so che in bel mezzo di questa siesta invernale apparirai tu. Inverno, quella stagione dura e fredda che più di trent’anni fa ti portò tra le braccia, per la prima volta, la bambina di occhi blu, cambiati quasi subito in marrone scuro, e cappelli ricci e neri che amasti così tanto. Quando sapesti che per un gioco strano di destino la bambina non poteva camminare, i tuoi occhi neri e grandi si riempirono di tristezza e di una strana luce. Non potevi arrenderti. Accendevi ogni sera una candela e pregavi, in silenzio, dentro di te. Essere religiosi era proibito nel tuo, nel nostro paese, soprattutto con un marito membro del partito comunista. E quando, dopo aver compiuto quattro anni, la bambina fece i primi passi da sola, il tuo cuore si riempì di felicità. Era inverno anche allora, un freddo inverno balcanico che non dimenticasti mai.

Quanti inverni passammo insieme! Il Natale senza di te non ha lo stesso sapore, lo stesso profumo. È un Natale triste, soprattutto quest’anno, il primo anno in cui non ti ricorderai di farci auguri. Io il biglietto, a casa della zia, te l’ho mandato come sempre. Vorrei poter dire che te ne accorgerai ma ormai, è solo una speranza, dicono che muore per l’ultima, che il mio più grande sogno possa avverarsi. Ti sei persino dimenticata di farmi auguri per il mio compleanno. Non è mai successo prima d’ora. Ma prima la vita era diversa. TU eri diversa.

Non è colpa tua, lo so. Non è colpa di nessuno. E quella maledetta malattia che si è impossessata di te, dei tuoi ricordi più cari e vivi. Non so se sono più triste o arrabbiata. Tranquilla, non ce l’ho con te. Ce l’ho con me stessa per essere stata lontana negli ultimi anni e non essere riuscita a fare qualcosa per te, perché non ti dimenticassi.

È così confrontante trovarti qui, in questa casa piena di ricordi d’infanzia che in una sequenza da film mi passano davanti agli occhi. Sei seduta sulla sedia a dondola che da bambina adoravo, intenta a fare i lavori a maglia che dici è un tuo regalo per me. “Ti starà benissimo”, dici con sorriso, “girati di schiena che vediamo come ti sta. Forse è un po’ largo. Sei dimagrita o mi sbaglio?” Trovi anche del tempo per sgridarmi. Non sei arrabbiata sul serio. Anzi, ti stai divertendo a criticarmi. È il tuo sacrosanto diritto da nonna. Il verbo mangiare non può mancare nei tuoi discorsi. “Mangi abbastanza, tesoro? Non mi sembra.” Ti conosco bene, forse troppo.

“Nonna, ti andrebbe di venire via con me?” È l’unica cosa sensata che riesco a dire in questo momento.  Fai un cenno con la testa in segno di approvazione. Ti prendo per la manina, fredda e tremante. Fuori ci aspetta un treno inesistente per gli altri ma noi lo prendiamo spesso quando quella nostalgia struggente ci ruba l’anima e si impossessa del nostro cuore.

Passando per la nostra nuvoletta e stella a cui ho dato il tuo nome, come in realtà si chiami non saprei, l’astronomia non è mai stata il mio forte, arriviamo nella mia città. Si chiama Trento. È bella, so che la troverai deliziosa. Ha le stesse montagne come da noi, sarà per questo che mi sono da subito trovata a casa qui. Purtroppo tu non ci sei mai venuta a trovarci in Italia. Dicevi sempre che era un lungo viaggio, stancante per una signora di una certa età. Avevi pure paura di volare e vediti ora, voli via con me.

Sognare non costa nulla, dicono. Ci si può ritrovare con chiunque, e in qualsiasi luogo. Nel sogno si è sempre felici, allegri. Vedi come sorridi, adesso. Sei splendida in quel vestito di lana che ti regalai, qualche tempo fa, al ritorno dal viaggio in Russia. Cerchi di non farmelo notare ma io vedo quel luccichio nei tuoi occhi umidi. Sei emozionata, esattamente come me, ma testarda come sei, e in questo siamo uguali, fai di tutto per nascondere le lacrime che esprimono la gioia che provi. Hai paura che ci mettiamo a piangere. Tranquilla, sono impaurita anch’io. Vorrei avvicinarmi a te, stringerti forte, forte, ma quando apro gli occhi ci sarai ancora? Temo di no. Trovo che sia meglio non rischiare. Ti ho appena ritrovato. Rimango a due passi da te e ti osservo. Quanto sei bella, nonnina mia!

Ti prendo sottobraccio e ci incamminiamo verso, non so neppure io dove ci porteranno i nostri piedi, una meta qualsiasi. C’è così tanto da vedere nella mia nuova città! Ti guardi intorno. “È bello qui. L’aria di montagna mi fa tornare in mente molte cose. Ultimamente non succede, sai? Le cose più che altro le perdo. Mi fa sentire a casa.” Dici sorridendo. È la musica per le mie orecchie. Vederti così, lucida come un tempo fa, con la voglia di chiacchierare, scalda il mio cuore. Sapere che ti stai perdendo nei labirinti della mente, che perdi me, noi, mi addolora, eppure molto.

Non voglio però che tu diventa triste. Almeno per un momento felice posso pretendere che vada tutto bene. Sono giorni di festa, godiamoceli. Ti porto a vedere i mercatini natalizi, sono sicura che quel chiassoso via e vai della gente ti farà sentire viva, giovane. Sapessi, poi, come si mangia bene! Stasera non penserò alle calorie, ti prometto. Vedere la tua nipote un po’ più in carne non può che farti piacere.

Devi vedere anche la casa in cui viviamo ora. La disposizione delle stanze è molto simile a quella del nostro appartamento serbo. Sul muro nel soggiorno sono appese le foto di famiglia. C’è una in particolare, a cui tengo tanto, scattata in occasione delle vacanze in Grecia nell’ormai lontanissimo 1986. Mamma, papà, io e te sulla spiaggia, sorridenti e felici. Quel ricordo c’è ancora vivo anche in te, lo vedo nei tuoi occhi, nascosto in qualche cassetto della memoria, blooccato che non riesci ad aprire ma io so che esiste. Erano tempi diversi, forse più felici. Peccato che non possano ritornare. Cosa non darei per poter rivivere quegli attimi di pura felicità e spensieratezza insieme a te. So che anche per te è lo stesso. Mi stringi la mano nel segno della comprensione. Ci siamo capite al volo. Come sempre.

“Sveglia, dormigliona! So che è domenica ma non vuol dire che puoi rimanere a letto tutto il giorno!” La voce di mia madre accompagnata da quella carezza lieve sul viso che sempre mi piace ma oggi è un tocco che mi fa rabbrividire. “Mamma, sei una vera guastafeste!” Grido alzandomi di scatto. “Non volevo svegliarmi! Ora se n’è andata per colpa tua!” Sbuffo arrabbiata. “Chi?” Mi domanda ma non sono proprio in vena di chiacchierare. Avrei avuto così tante cose da dire alla nonna! E ora lei non c’è più. “La nonna. Ho incontrato la nonna, è stato bellissimo averla qui!” Replico sorridendo. “Se n’è andata.”  Aggiungo con la voce tremante. Non posso e non voglio nascondere la mia tristezza. “Puoi sempre chiamarla.” Dice la mamma abbracciandomi. Potrei, con speranza che almeno oggi riesca a riconoscermi.

Sogni d’inverno. Ti coccolano, ti danno un momento di felicità. Peccato che durino poco. Io, però, non mollo, ci riprovo anche stanotte. Devo farti vedere ancora tante cose! Aspettami sulla nostra nuvola buffa, mille chilometri a sinistra dalla stella più brillante che porta il tuo nome. Ci sarò lì ad aspettarti, nonnina mia bella.

LIBRI: Lo que dicen tus ojos (Quello che dicono i tuoi occhi)

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Caro diario,

Quest’ora  della notte di solito dedico alla lettura, una delle mie passioni sin dall’infanzia ma ho lasciato apposta da parte il romanzo che leggevo. Erano mesi che mi ero allontanata dall’affascinante mondo dei libri, in cui spesso da piccola mi nascondevo. Ma ogni pausa, anche quella letteraria, prima o poi finisce. Aver riscoperto il mio primo amore, quello che mi ha fatto diventare quella che sono ma soprattutto quello che ha fatto nascere in me la passione per la scrittura, mi ha dato tanta carica in questi ultimi mesi particolarmente difficili. E per questo devo ringraziare un gruppo speciale di amici appassionati dei libri, ma è un’altra storia da raccontare prossimamente. Presto, prometto. Ora, invece, vorrei parlare di un romanzo letto di recente ma che mi ha appassionato tanto da meritare qualche riga scritta prima di scivolare nel mondo dei sogni.

Ci sono libri che ci arrivano per caso, ma poi, parola dopo parola, riescono a prenderci fino a toglierci le preziose ore del sonno e una volta arrivati alla fine ci fanno sorridere l’anima. Qualche settimana fa, sbirciando sul sito della Mondadori – sezione libri in spagnolo – mi sono imbattuta nel titolo “Lo que dicen tus ojos” e ho voluto scoprirne il contenuto. “Quello che dicono i tuoi occhi”, dell’autrice argentina Florencia Bonelli, mi ha fatto compagnia per giorni e non mi vergogno di ammettere, mi ha completamente conquistato.

La storia di questo romanzo a tinta rosa ma non solo inizia a Cordoba, nel 1960. La protagonista è una giovane e bella ragazza di origini italiane di nome Francesca De Gecco. Francesca vive insieme alla madre Antonina, di origine siciliana. Nel lontano 1940 la donna, insieme al marito e con la bimba in grembo, scappa dall’Italia e si imbarca sulla nave che li porterà in Argentina. In quel viaggio lunghissimo ha conosciuto Alfredo Visconti, detto Fredo,  padrino della ragazza nonché il direttore del giornale presso il quale Francesca lavora. Antonina presta servizio come cuoca in una famiglia aristocratica locale cui figlio Aldo nutre i sentimenti per Francesca. Tra i due, infatti, nascerà del tenero ma la loro liason sarà troncata sul nascere dalla madre di lui che gli ha già scelto la moglie giusta e soprattutto del suo rango. Francesca è delusa e per curare le ferite decide di lasciare l’Argentina, appoggiata dal padrino Fredo che le trova, grazie alle conoscenze giuste, l’impiego presso il consolato argentino a Ginevra.

La nuova vita appena inizia a piacere alla ragazza quando, pochi mesi dal suo arrivo a Ginevra, viene misteriosamente trasferita all’ambasciata argentina in Arabia Saudita che proprio in quei giorni viene aperta a Riad. Francesca è arrabbiata, crede che il suo trasloco dipende dalla moglie del console, una donna nota per la sua gelosia, ma si sbaglia. Un’altra persona muove i lacci del suo destino che sta per cambiarle la vita radicalmente.

È una vita diversa quella che aspetta Francesca sul suolo arabico. È una terra affascinante ma piena di proibizioni. Nonostante non si trovi bene la donna decide, consigliata anche dal padrino Fredo, di prendere quel trasferimento come una possibilità per la crescita professionale. Un giorno il suo capo la invita a un ricevimento dove incontrerà il principe saudita Kamal Al-Suad, migliore amico dell’ambasciatore. Quel incontro darà l’inizio alla nuova epoca di vita per la Francesca, ignara di essere a Riad proprio per volere dell’affascinante principe. Tra i due nascerà una bella ma anche a tratti sofferente storia d’amore, nata nella cornice di una crisi interna araba, giochi di potere e contestazioni di entrambe le famiglie.

È un libro che per qualche giorno mi ha portato in viaggio tra il Sud America, l’Europa e quell’Arabia fiabesca, di costumi e lingua diversi e che, forse per essere del cuore tenero, mi ha conquistato. L’unico rammarico che l’autrice non è stata tradotta in italiano e il libro l’ho letto in lingua originale.

Buonanotte.. alla prossima lettura!

Questo post l’ho scritto originalmente sul mio blog primario From Italy With Love

LA CITTADINA DEL MONDO

Per la fine del progetto 60 storie, sono passata dall’intervistatrice al ruolo di protagonista. Questa sono io…

60 storie

Ciao, puoi presentarti?OLYMPUS DIGITAL CAMERAMi chiamo Emina Ristović. Ho 34 anni. Vengo da Kraljevo ma da 14 anni vivo in Trentino, salvo i periodi in cui studiavo in due diverse regioni italiane, il Friuli, e l’Emilia Romagna e all’estero. Sono laureata in Scienze Diplomatiche, e ho un master in studi Est – Europei, ma grazie a una passione per la scrittura, coltivata sin dall’infanzia, mi sono trovata a fare la giornalista. O come spesso scherzando dico è stato il giornalismo a trovare me.Quando hai iniziato a collaborare con ATB e in che cosa consisteva la collaborazione?Ho iniziato a collaborare con ATB ad ottobre 2012 in qualità di volontaria. La vita a volte è strana. Mi aveva portato su una strada molto diversa da quella che pensavo di percorrere una volta terminati gli studi. Da anni mi ero dedicata soltanto al giornalismo e alla scrittura. In collaborazione con ATB vedevo…

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