Libri: Il giardino degli incontri segreti

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Non conoscevo Lucinda Riley, non avevo nemmeno mai letto uno dei suoi libri. È stata lei a farsi conoscere e scegliere. Non ho una logica ben precisa quando compro i libri. Entro semplicemente in libreria e mi abbandono all’istinto. È stato così anche quel giorno. Sono entrata in libreria, dicendo a me stessa che avrei soltanto dato un’occhiata. Non avevo intenzione di fare le compere anche se, amante della parola scritta, sapevo che non sarebbe stato facile resistere, soprattutto quando vidi “Il giardino degli incontri segreti” della Riley.

Tornata a casa, non vedevo l’ora di cominciare a leggere il mio nuovo tesoro letterario, riposto con cura sulla libreria. Una volta che iniziai era piuttosto difficile fermarmi. Portavo il libro ovunque. Più delle volte mi trovai in sala da pranzo intenta di mangiare e seguire la storia allo stesso momento. Arrivata alla fine sentivo una gioia immensa perché avevo trovato il romanzo delizioso. Stupendo per la maniera in cui è scritto perché mentre lo assaporavo era come se guardassi un film che sequenza dopo sequenza si sviluppava davanti ai miei occhi.

La protagonista di questo romanzo è una pianista di fama mondiale di nome Julia Forrester.  Dopo l’incidente d’auto, in cui persero la vita suo marito Xavier e il figlioletto di 3 anni Gabriel, la donna, distrutta dagli eventi tragici che le hanno sconvolto la vita decide di tornare a casa in Inghilterra. Si installa nel vecchio cottage di sua proprietà ma il dolore per la perdità dei suoi cari è talmente grande che non riesce a tornare a vivere e si abbandona alla tristezza e pensieri cupi.

Sua sorella Alicia è molto preoccupata, è una donna forte che si è sempre occupata della sorella minore e di tutta la famiglia dopo la morte della madre Jasmine, e cerca di aiutare Julia a superare il periodo diffile. Un giorno va a trovarla per convincerla di accompagnarla ad un’asta per farla distrarre un po’ e uscire dal nascondiglio. La tenuta Wharton Park, dove le due donne hanno passato la loro infanzia è messa in vendita e sarà proprio quel luogo, che ha visto il nonno materno  Bill, e i suoi antenati occuparsi del giardino della tenuta, a portare Julia sulla strada di guarigione.

All’asta Julia incontra Kit, il giovane lord Crawford che ha ereditato la proprietà e che un giorno quando era ragazzo l’ha sentita suonare pianoforte e non l’ha mai dimenticata. Tra i due nasce una tenera amicizia, sarà proprio Kit ad aiutare la vedova Forrester a ricominciare a vivere e credere nel futuro.

Un giorno Giulia riceve un’ospite molto gradita, la sua nonna materna  Elsie, che nel passato era una delle camerere della famiglia nobile dei Crawford. In quell’occasione la vecchia  signora le racconta un segreto di famiglia, che scoinvolgerà la vita di Julia e che la porterà, attraversando un ponte fatto di ricordi che unisce il passato con il presente, sulla strada della vita che l’ha vista smarire e perdere se stessa. Sulla strada giusta che la farà scoprire chi è e come affrontare quel futuro che le sembrava non esistesse più.

È una bellissima saga famigliare, che porta il lettore a conoscere l’Inghilterra della seconda guerra mondiale e un’oriente lontano di profumi e colori indimenticabili, ma anche e soprattutto una piuttosto emozionante storia d’amore, il forte sentimento che coinvolge i personaggi dall’inizio alla fine.

Lucinda Riley mi è piaciuta molto con questo romanzo e mi è venuta la voglia di conoscere le sue opere. Proprio in questi giorni è uscito in Italia il suo nuovo romanzo “Il profumo della rosa di mezzanotte”, che non vedo l’ora di leggere. Spero che sarà all’altezza delle mie aspettative.

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Addio, Paco de Lucia

La musica ha un linguaggio comprensibile in tutto il mondo. Basta chiudere gli occhi e capirai il suo senso. Ti toccherà l’anima, facendola vibrare a lungo. Farà battere più veloce il tuo cuore. Ti bagnerà gli occhi.

Amo molto, specie quando scrivo, ascoltare la musica in sottofondo. Spesso la mia collona sonora del giorno ha il suono del pianoforte. Quando ero alle medie sono andata per un anno alla scuola  di musica. Suonavo la pianola. Forse da lì deriva questo profondo sentimento che mi lega alla melodia del piano, capace di rilassarmi quando sono nervosa, concentrarmi quando studio o scrivo.

All’epoca in cui andavo al corso di pianola, c’era una melodia che avrei voluto imparare a suonare  ma la maestra diceva che era troppo difficile per una principiante come me. C’era però una ragazza, un’alieva più grande, che spesso la suonava e mi faceva sognare ad occhi aperti. Ricordo ancora il momento in cui chiesi alla maestra cos’era quella meraviglia che mi emozionava così tanto che non riuscivo a spiegare a parole quello che provavo. “Concierto Aranjuez – mi disse la maestra – Adagio.”

Passarono gli anni. Avevo dimenticato quella meraviglia ed armonia di suoni fino a quando non la ascoltai in un’altra, completamente diversa, esecuzione. Il dolce suono del pianoforte era sostituito con quello energico della chitarra e a toccare le corde dell’anima fu lui, il grande ed insostituibile maestro  Paco de Lucia.

Ancora oggi quando lo ascolto mi emoziona e con il grande dispiacere che ho apreso la notizia della sua scomparsa. Se n’è andato un gran uomo della musica, del flamenco. Un vero artista di quelli che non si dimenticano, cui stella rimarrà a brillare nell’eterno sul cielo musicale.

Addio, maestro.

Orizzonte Serbia

Un articolo interssante sulla Serbia.

RASSEGNA EST

La Serbia viene dipinta come la nuova frontiera dell’internazionalizzazione delle imprese italiane. Il potenziale c’è, ma non bisogna dimenticare che il paese deve risolvere ancora molti nodi e fare ancora tanta strada. Una nostra analisi sui deficit serbi. 

Belgrado, la cittadella ottomana (Archivio Rassegna Est) Belgrado, la cittadella ottomana (Archivio Rassegna Est)

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Il virus balcanico – capitolo 3

Sono passate delle settimane da quando il mondo mi ha crollato addosso e il tempo si è fermato. L’orologio della vita ha arrestato le sue lancette nell’ora e nel minuto in cui si è rotto lo specchio, senza sapere che avremmo avuto, di conse­guenza, dieci anni di totale infelicità. All’orizzonte ancora nessuna traccia dell’orologiaio, quel samaritano buono che si fa chiamare pace. La palla anche que­sta volta è in mano dell’Occidente, l’Est come al solito perde ogni partita di quel derby centenario Vaticano – Bisanzio. Sento che la mia anima è come se si fosse svuotata. Ogni fonte della speranza e della pace si è disseccata lasciando lo spa­zio a Sahara, quel deserto di un altra distrutta gioventù serba.

“Cara Sonia, siamo tutti molto preoccupati per te. Lo so, non è un periodo fa­cile, quello che stai vivendo, però sei sempre stata una ragazza forte. Eri il punto di riferimento non solo per me ma per tutti quanti noi. Proprio per questo non capisco questo tuo comportamento. Ti sei chiusa in te stessa e non ti lasci avvicinare da nessuno. Ma dove è sparita quella bambina che giocava con me, mi tirava per i ca­pelli e mi rubava le caramelle che adoravamo entrambi?E dove si è nascosta la ragazza che scappava da scuola insieme a me e mi consolava quando ci capita­va di avere qualche brutto voto di matematica che odiavamo? Non la trovo. Da giorni la sto cercando inutilmente nei corridoi di un grattacielo, in un ascensore in cui ci siamo bloccati mille volte. Mi piacerebbe tanto trovarla. Se la vedi, fammelo sapere. Conosci il mio numero. Magari potresti anche fare due passi e bussare alla mia porta. Da tanto tempo non c’è nessuno a leggermi il fondo della tazza di caffè. Non essere testarda. Il tuo sincero vicino di casa e miglior amico, Zvon­ko.”

Ho trovato stamattina sul comodino la lettera di Zvonko. Strano, non ha mai scritto nulla nella sua vita, tanto-meno una lettera del genere.  Se si trattasse di Nicola, avrei potuto anche capire, ma così sono esterrefatta. Nicola scrive o al­meno cerca di farlo perché ha un grande sogno. Vorrebbe essere un giornalista da grande. Però Zvonko non ha mai avuto un impulso della scrittura il ché mi confonde ora. Chissà, magari non ha scritto la lettera da solo. Mi ha poi sempre preso in giro per la mia passione per la scrittura dicendomi che quel mestiere non faceva per un anticristo come me. Devo, però, ammettere che la sua lettera mi ha fatto riflettere. Ha ragione lui, ho esagerato questa volta. Non è colpa dei miei amici per tutto quello che ci sta succedendo. Dovrei usare tutta la mia rabbia contro Maresciallo però purtroppo lui mi è irraggiungibile. Io per lui sono sol­tanto un pesciolino insignificante che vive fuori delle sue acque territoriali.

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Libri: I disorientati

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Ogni libro è la storia a sé. C’è quello che ti lascia senza parole, che ti prende e ti rivolta come un calzino e ti fa pensare, anche il giorno dopo che lo hai chiuso. L’altra sera, dopo aver finito “I disorientati” di Amin Maalouf, sono andata a dormire chiedendomi: “Era il finale che mi sarei aspettata di leggere?” Mi sembrava di no. Provavo una sorta di rabbia verso l’autore per avermi lasciata “in sospeso”, ma poi, la notte porta il consiglio, e il giorno dopo ho capito, credo, il perché di quella scelta. Partiamo, però, con l’ordine.

C’era qualcosa in titolo scelto per quest’opera, “I disorientati”, che mi aveva attirata. Leggendo, poi, l’incipit, era come se il libro mi stesse chiamando, dicendomi all’orecchio: “Scegli me.” Non ho esitato, ho seguito l’intuizione, l’ho comprato e a breve iniziato a leggere. La storia mi ha portato in Libano, in un villaggio di cui nome non appare mai tra le pagine, nemmeno il Libano stesso ma lo presumo, dove è nato e vissuto Adam, il professore di storia alla Sorbona, emigrato in Francia un quarto di secolo fa durante la guerra civile. Nella tarda notte, mentre era ancora a Parigi, riceve una telefonata dal suo paese natio. Dall’altra parte della cornetta trova una persona che non si sarebbe mai aspettato di sentire, Tania, moglie di suo amico Mourad, che lo invita di tornare nel paese per dare l’ultimo saluto all’amico morente che desidera vederlo. Tra i due non scorre del buon sangue, Adam non ha perdonato alcuni comportamenti dell’amico durante la guerra, ma non se la sente di rifiutare l’invito. Decide così di partire, di tornare al paese dopo 15 anni, non credendo di rimanerci a lungo. La sorte fa, però, che arriva tardi. L’amico è già morto.

Inizia così il suo racconto, che descrive le giornate, sedici in totale, passate al villaggio. Il suo primo incontro con la vedova, che vorrebbe che gli amici del marito potessero ritrovarsi al villaggio un giorno per ricordarlo, il disgusto che gli fa vedere alcuni personaggi politici al capezzale dell’amico. Il suo primo istinto gli dice di tornarsene a casa, mente anche la vedova riguardo alla possibilità di rimanere al funerale trovando la scusa di dover tornare all’università, omettendo però il fatto di aver preso un anno sabbatico. È una possibilità unica, passare un po’ di tempo al paese, decide così di rimanere installandosi nella locanda della bella Semiramis, sua amica dai tempi dell’università. Chiuso nella stanza, perdendo solo il tempo per mangiare qualcosina, comincia a raccontare la propria storia in un taccuino.

Ricorda i tempi in cui il loro gruppo si è formato, parlando di ogni amico che ne faceva la parte. Erano così diversi tra di loro, alcuni musulmani, alcuni cristiani, ebrei, ma era proprio questa diversità che gli faceva unici. I conflitti, si sa, fanno sì che ognuno reagisca a modo proprio. L’amico ebreo, con la famiglia, si trasferisce in Brasile, Adam va in Francia. Albert, oggi noto ricercatore statunitense, che voleva suicidarsi per porre fine alla sofferenza che lo affliggeva, viene sequestrato ma dopo il rilascio tenta la sua fortuna oltre l’oceano. Uno di loro, dopo aver diventato ricco costruendo palazzi, decide di diventare il frate e così via. Giorni passano e l’idea di una loro rimpatriata diventa sempre più presente. A organizzare l’evento è proprio Adam. Comincia a scrivere agli amici in esilio, che si mostrano entusiasti dell’idea di ritornare in patria. Pian piano che si va avanti, si scoprono cose su ognuno di loro.

Il racconto di Adam si alterna ai suoi scritti, memorie riportate nel taccuino per ricordare gli eventi proprio com’erano. La lettura è scorrevole, limpida, piena di riflessioni che fanno pensare il lettore che si aspetta una, per scoprire poi un’altra cosa arrivando al finale, per niente banale, anzi. Forse un colpo di scena che al momento non ti aspetti. Il quale, come dicevo, mi ha fatto sentire in conflitto con Maalouf, che era la prima volta che leggevo, ma mi ha anche fatto scoprire un autore che vorrei incontrare ancora.

È stata una lettura piacevole, una di quelle che ti si insediano dentro il cuore per l’emozione che ti da. Ma soprattutto è stata una lettura in cui più andavo avanti più trovavo me stessa. Mi chiedevo come sarebbe stato il mio rientro dall’esilio, in una circostanza del genere. Nelle parole di Adam, che diceva di sentirsi straniero sia in Francia, che nel paese natio, il cuore mi ribaltava. Era esattamente l’emozione che spesso provavo. Nonostante non fossi originaria da quei luoghi lì, trovavo in alcuni passaggi i miei Balcani tumultuosi, le differenze religiose, gli amici della scuola superiore appartenenti alle diverse nazionalità, ma anche quelli incontrati in Italia, emigrati come me in seguito di guerra.  È un libro che, nella mia modesta opinione, merita di essere letto.

Il virus balcanico – capitolo 2

L’incendio è domato. Sento l’odore di bruciato che pare mi arrivasse fino alle narici anche se lo so perfettamente che tutto è parte della mia immaginazione ma è così che mi sento io. È come se tutto quello che avevo, la mia famiglia, i miei affetti, una metà di me stessa, si sia impolverato in quell’incendio che fu provoca­to dalla decisione di mio fratello gemello. Lo guardo mentre sta facendo la vali­gia e mi chiedo perché, perché di questa sua scelta. Gli ho offerto il mio aiuto per fare i bagagli ma dice di non volerlo. È troppo orgoglioso, proprio come lo sono io. Sono addolorata ma non ci posso fare nulla. Ormai è tardi. Sta per parti­re ed io non riesco a fare nulla per impedirglielo. D’improvviso sento il campanel­lo. Chiunque sia potrebbe essere la mia salvezza.

“Ciao Sonia. Posso entrare?”

“Ciao Zvonko. Entra.” Ho proprio bisogno di una faccia amica in questo mo­mento.

“Ciao. Sono venuto a prendere Darko. Devo portarlo in stazione.” Dice Zvonko non pensando che con le sue parole mi avrebbe ferito e pure profonda­mente.

“Che dici? Ma sei impazzito!Sei uguale a lui, anzi sei peggio!” Ma è possibile  che anche il mio miglior amico sia un traditore?

“Sonia, tranquillizzati.” Mi abbraccia. “Non è un momento facile neanche per  me. Ma Darko ormai ha preso una decisione e non possiamo fare altro che ri­spettarla, anche se ci costa molto.” Dobbiamo rispettare la sua scelta. Non pos­so. È una decisione che mi rattrista molto, che rattrista mia madre ma a loro due sembra che non importi più di tanto.

“Non posso tranquillizzarmi! Ti rendi conto che stai per accompagnare mio fratello in stazione da dove partirà per chissà dove? E in nome di che cosa? Di una guerra assurda! Tu sei pazzo, entrambi siete matti! Per favore non portarlo via!” Gli dico urlando.

Zvonko mi guarda impotente per farmi intendere che non può esaudire la mia richiesta. Non gli porto rancore anche se per colpa sua e di mio fratello sto tanto male. So che il loro legame è troppo grande, indissolubile per poterlo sciogliere e neanche il mio dolore ha il potere di fargli convincere dell’assurdità di questa partenza così insensata.

“Ciao. Sono pronto. Grazie per il passaggio fino alla stazione.” Darko rientra nel soggiorno. Si gira verso di me.

“Sonia, è arrivata l’ora di salutarci.” Prova ad abbracciarmi ma io mi giro di scatto.

“Vattene! Va’ a salutare Arkan!Va’ via, non sei altro che un insensibile!” Corro via nella mia stanza e mi chiudo a chiave.

“Sonia ti prego! Torna in sé! Ti comporti come una bambina!Apri ‘sta porta per piacere!” Bussa alla porta urlando ma si sbaglia se pensa che uscirò.

“Va via, vattene!” Non riesco a smettere di urlare.

“Va bene. Se vuoi che me ne vada senza salutarci, io me ne andrò. Ti scriverò e tu se vorrai potrai rispondermi. Andiamo Zvonko, non vorrei perdere l’auto­bus.”

“Non vuoi salutare i tuoi?” Gli domanda il mio miglior amico e il nostro vicino di casa.

“Ho provato ma hai visto il risultato. Papà non mi ha voluto neanche parlare. Mamma si è chiusa nella stanza e piange. E Sonia, te ne sei reso anche tu della situazione. Andiamo. Se resto qualche minuto in più ho paura che cambierò idea.” Da’ un ultimo sguardo all’appartamento in cui ha vissuto da anni, da quando si erano trasferiti, apre la porta e se ne va sospirando.

Non andartene, pensai, ma quando ho aperto la porta e l’ho chiamato per nome, era già troppo tardi. Se ne era andato, eppure per sempre, e io scema non ho fatto nulla, nemmeno l’ho abbracciato. Lo so, mi pentirò per tutta la vita per aver fatto un gesto così orribile. Non gli ho dato la possibilità di dirmi addio. E perché? Per rabbia o per orgoglio o nessuno dei due? La verità è che mi è man­cato il coraggio. Da presuntuosa ho pensato che sarei riuscita a fargli cambiare idea ma mi sbagliavo. Non mi resta che sperare che non gli succeda nulla di brutto in questa avventura balcanica e che torni presto a casa. Finché questo mio sogno non si realizzi, potrò ricordarlo chiudendo gli occhi, scappando come sem­pre dalla realtà.

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Il virus balcanico – capitolo 1

Esiste un modo ideale per iniziare a raccontare la storia della propria vita e non farla sembrare banale nello stesso tempo, banale e simile a tante altre? Il vecchio cliché di una storia felice che avrei potuto scrivere quando ero più gio­vane non fa ormai per me. Lo so, ce ne saranno mille di storie molto più interes­santi di quella che parla di un vulcano da qualche parte nel cuore dei Balcani esploso un giorno spargendo al posto della lava il sangue di tanta gente innocen­te che non se lo meritava. Un vulcano tanto potente, tanto forte che influenzò le scelte di molti, me inclusa, tutti quanti noi che per vivere abbiamo fatto un giorno le valigie raggiungendo qualunque parte del mondo in cerca di un futuro migliore, in cerca di un antidoto a quel virus balcanico da cui erano ammalati non solo i nostri politici. Purtroppo, nessuno ha ancora trovato quella cura ma ormai, a che cosa servirebbe? A farmi fare un passo indietro?

Stamattina ho trovato una vecchia scatola piena di lettere, di ricordi di mia gioventù, di quel passato che ci dava molto e toglieva tanto nello stesso tempo. Mi sembrava di aver sentito lo stesso brivido come in quella mattinata primave­rile dell’ormai lontano 1999 in cui chiamai Giuliana con quella voce tremante e le dissi semplicemente: “Aspettami all’aeroporto, arrivo a… ” Ho l’impressione che il passato si stia prendendo il gioco di me, ma lo affronterò con coraggio come sempre. Mi aspetta l’ennesima battaglia contro il passato che intendo vincere perché la vita è unica, non ce ne saranno delle altre, e bisogna viverla fino a fon­do come giustamente diceva mia nonna. Una vita che dura poco e bisogna ap­profittare di ogni suo instante.

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