Il virus balcanico – capitolo 2

L’incendio è domato. Sento l’odore di bruciato che pare mi arrivasse fino alle narici anche se lo so perfettamente che tutto è parte della mia immaginazione ma è così che mi sento io. È come se tutto quello che avevo, la mia famiglia, i miei affetti, una metà di me stessa, si sia impolverato in quell’incendio che fu provoca­to dalla decisione di mio fratello gemello. Lo guardo mentre sta facendo la vali­gia e mi chiedo perché, perché di questa sua scelta. Gli ho offerto il mio aiuto per fare i bagagli ma dice di non volerlo. È troppo orgoglioso, proprio come lo sono io. Sono addolorata ma non ci posso fare nulla. Ormai è tardi. Sta per parti­re ed io non riesco a fare nulla per impedirglielo. D’improvviso sento il campanel­lo. Chiunque sia potrebbe essere la mia salvezza.

“Ciao Sonia. Posso entrare?”

“Ciao Zvonko. Entra.” Ho proprio bisogno di una faccia amica in questo mo­mento.

“Ciao. Sono venuto a prendere Darko. Devo portarlo in stazione.” Dice Zvonko non pensando che con le sue parole mi avrebbe ferito e pure profonda­mente.

“Che dici? Ma sei impazzito!Sei uguale a lui, anzi sei peggio!” Ma è possibile  che anche il mio miglior amico sia un traditore?

“Sonia, tranquillizzati.” Mi abbraccia. “Non è un momento facile neanche per  me. Ma Darko ormai ha preso una decisione e non possiamo fare altro che ri­spettarla, anche se ci costa molto.” Dobbiamo rispettare la sua scelta. Non pos­so. È una decisione che mi rattrista molto, che rattrista mia madre ma a loro due sembra che non importi più di tanto.

“Non posso tranquillizzarmi! Ti rendi conto che stai per accompagnare mio fratello in stazione da dove partirà per chissà dove? E in nome di che cosa? Di una guerra assurda! Tu sei pazzo, entrambi siete matti! Per favore non portarlo via!” Gli dico urlando.

Zvonko mi guarda impotente per farmi intendere che non può esaudire la mia richiesta. Non gli porto rancore anche se per colpa sua e di mio fratello sto tanto male. So che il loro legame è troppo grande, indissolubile per poterlo sciogliere e neanche il mio dolore ha il potere di fargli convincere dell’assurdità di questa partenza così insensata.

“Ciao. Sono pronto. Grazie per il passaggio fino alla stazione.” Darko rientra nel soggiorno. Si gira verso di me.

“Sonia, è arrivata l’ora di salutarci.” Prova ad abbracciarmi ma io mi giro di scatto.

“Vattene! Va’ a salutare Arkan!Va’ via, non sei altro che un insensibile!” Corro via nella mia stanza e mi chiudo a chiave.

“Sonia ti prego! Torna in sé! Ti comporti come una bambina!Apri ‘sta porta per piacere!” Bussa alla porta urlando ma si sbaglia se pensa che uscirò.

“Va via, vattene!” Non riesco a smettere di urlare.

“Va bene. Se vuoi che me ne vada senza salutarci, io me ne andrò. Ti scriverò e tu se vorrai potrai rispondermi. Andiamo Zvonko, non vorrei perdere l’auto­bus.”

“Non vuoi salutare i tuoi?” Gli domanda il mio miglior amico e il nostro vicino di casa.

“Ho provato ma hai visto il risultato. Papà non mi ha voluto neanche parlare. Mamma si è chiusa nella stanza e piange. E Sonia, te ne sei reso anche tu della situazione. Andiamo. Se resto qualche minuto in più ho paura che cambierò idea.” Da’ un ultimo sguardo all’appartamento in cui ha vissuto da anni, da quando si erano trasferiti, apre la porta e se ne va sospirando.

Non andartene, pensai, ma quando ho aperto la porta e l’ho chiamato per nome, era già troppo tardi. Se ne era andato, eppure per sempre, e io scema non ho fatto nulla, nemmeno l’ho abbracciato. Lo so, mi pentirò per tutta la vita per aver fatto un gesto così orribile. Non gli ho dato la possibilità di dirmi addio. E perché? Per rabbia o per orgoglio o nessuno dei due? La verità è che mi è man­cato il coraggio. Da presuntuosa ho pensato che sarei riuscita a fargli cambiare idea ma mi sbagliavo. Non mi resta che sperare che non gli succeda nulla di brutto in questa avventura balcanica e che torni presto a casa. Finché questo mio sogno non si realizzi, potrò ricordarlo chiudendo gli occhi, scappando come sem­pre dalla realtà.

Mi sono messa sul letto, ho chiuso gli occhi e sono partita in quarta. Nel mio sogno sto passeggiando lungo la via Knez Mihajlova. È una bellissima giornata di pri­mavera. Sono circondata dalla gente che chiacchiera allegramente e dai piccioni affamati cui sto dando da mangiare. Da lontano sento una voce. Qualcuno mi sta chiamando per nome. Sonia! Mi abbraccia e mi bacia sul collo.

“Indovina chi è!” Mi dice sorridendo.

“Non lo so, però mi sembra una voce familiare.” Rispondo con il sorriso a fior di labbra.

“Che maleducata che sei! Sapevi benissimo che ero io!” Mi prende in giro. “Sei di nuovo scappata dalla lezione, vero?”

“Sai benissimo che la professoressa di matematica mi odia!”

“Ma non dirmelo!”

“È vero Dražen! Mi odia. Mi ha espulso dalla classe.”

“Come mai?”

“Mi ha sorpreso mentre scrivevo una poesia. Mi ha tolto il foglio dalle mani e mi ha detto di andare fuori. È proprio cattiva! Una vera strega!”

“Sonia, non esagerare adesso.”

“Ma se ti dico che è strega allora lo è davvero. Mi ha detto di avvisare Co­lonnello che venga a scuola per parlarle. Sai come è lui spietato, mi ucciderà di sicuro!”

“Chi ti ucciderà? Amico mio, attento a quello che stai facendo con mia sorel­lina!” Come al solito, sul più bello arriva mio fratello a rompere le scatole.

“Colonnello chi altro. La professoressa Ćirić mi ha espulso dalla lezione per­ché scrivevo una poesia.”

Si scambiono lo sguardo che conosco troppo bene. Adesso mi prenderanno in giro per il mio hobby ma ormai sono abituata alle loro critiche amichevoli.

“Sai benissimo che tua sorella vorrebbe diventare una scrittrice.”

“Ah, sì. Farà la scrittrice da grande e vivrà a Milano.”

“Chi ride per ultimo ride bene. Vedrete. Io vivrò a Milano e voi sarete qui a Belgrado.”

Dražen mi prende tra le sue braccia e mi gira in mezzo della strada. Sono tan­to felice. Apro gli occhi. Purtroppo tutto questo era solo un bellissimo sogno. Il mio amore è lontano. Anche mio fratello se n’è andato lontano. Devo lasciare il paese delle meraviglie, che esiste solo nei sogni, e tornare alla realtà anche se è crudele perché questo è il mio mondo reale e dovrò abituarci.

Mentre si dirigevano verso la stazione, Darko pensava soltanto a colei che era tutto il suo mondo. Con gli occhi chiusi ripercorreva le strade del suo passato, della sua infanzia e la gioventù che aveva condiviso proprio con lei, Sonia. Sen­tiva la sua risata contagiosa, la vedeva correre per i corridori dell’appartamento e in quel quadro vedeva anche sé stesso che la rincorreva e poteva anche sentire la voce di loro madre che li rimproverava. Ma è possibile che alla vostra età vi comportiate come due bambini di cinque anni? Voglio vedervi entrambi a letto, ognuno a proprio letto si intende! Erano tanto felici e tanto uniti quanto ogni fra­tello e sorella gemelli. Quante volte si erano chiusi nella sua camera per fare quattro chiacchiere, per commentare i fatti della giornata, per condividere sem­plicemente i piccoli segreti della vita. Quante volte avevano coperto l’uno l’altro mentendo anche per non essere sgridati dal padre che era tanto severo quanto la loro madre era buona d’animo. Era sempre pronto a sgridarli. Se ascolta­vano la musica a voce alta, si arrabbiava. Se tifavano la loro squadra del cuore alzando un po’ la voce, era la fine del mondo. Ogni anche piccolo sbaglio diven­tava il pretesto per un litigio che a volte finiva anche con le botte.

In quei momenti Darko pensava che il loro padre li odiasse entrambi, ma con passare degli anni si era reso conto che Colonnello non conosceva l’altra maniera per esprimere i propri sentimenti e che, anche se non lo dimostrava, a modo suo voleva bene ai figli. Gli mancherà, mancheranno a Darko tutti e tre, specialmen­te Sonia con la quale aveva un legame profondo. Gli mancherà Belgrado e suoi amici del liceo con i quali nella notte del capodanno fece un giuramento specia­le. Gli mancherà tutto ma proprio quel tutto sarà il suo amuleto che lo protegge­rà sulla strada verso l’inferno balcanico. E un giorno, quando la fiaba sanguinosa iniziata alla fine di un secolo avrà il suo lieto fine, Darko tornerà a casa. L’aveva promesso a se stesso mentre usciva da casa, l’ha promesso a Zvonko mentre si salutavano. Ha giurato a se stesso mentre l’autobus lasciava la città che un gior­no, quando tutto sarebbe finito, tornerà dalla sua famiglia.

Erano passate settimane dal funerale di suo padre però Tijana non riusciva an­cora a credere che lui non ci fosse più. Cosiddetti ladri avevano ucciso a sangue freddo suo padre. Per un pugno di dollari avevano ucciso il suo idolo che ammi­rava e che amava più di ogni altra cosa del mondo. Più pensava di questo fatto di cronaca viennese, più dubitava della versione ufficiale del crimine. Non cre­deva che erano stati dei ladri a uccidere suo papà però teneva i suoi dubbi per sé perché aveva paura. Non era un segreto quello che si diceva tra i politici serbi di suo padre, l’ambasciatore a Vienna Svetislav Đurić, che era ben conosciuto per il suo disprezzo del nuovo regime serbo con a capo Slobodan Milošević che non nascondeva. E d’improvviso, alla luce del giorno, nei pressi dell’ambasciata, il vecchio ambasciatore viene quasi derubato e assassinato. Nessun testimone. Nessuna anima buona che poteva chiamare pronto intervento e salvare la vita a suo padre.

La polizia austriaca aveva concluso che si trattava di un semplice tentativo di furto finito male, gli eventi del genere erano del tutto normali nella capitale, e dopo qualche settimana fu deciso di chiudere il caso di suo padre. Tijana fu ar­rabbiata, delusa ma non voleva arrendersi. Per lei era tutto chiaro. Gli assassini di suo padre sono riusciti a imbrogliare i cittadini viennesi e l’opinione pubblica ma non sono riusciti a imbrogliare Tijana. “Assassini!” Gridò. Come al solito, prima di andare a dormire, sfogliava l’album di famiglia. Quelle foto in qualche modo la facevano sentire vicina al padre. Lui non c’era e non poteva sentirlo dire quel buona notte, ma almeno poteva ricordarlo. Posò l’album sul tappeto, spen­se la lampada e disse dolcemente.

“Buona notte papà. Che angeli ti proteggano.”

*

Sono giorni che sta piovendo a Belgrado. Finalmente anche il cielo ha avuto la pietà di noi e ha deciso di posare qualche lacrima e qualche fiore sulla tomba del suo martire balcanico che non è sopravvissuto alla malattia che molti all’oc­cidente chiamano nazionalismo. Ormai è da un mese che è iniziata questa follia di guerra civile e mi sembra che si tratti soltanto di un incubo qualsiasi da cui qualcuno mi sveglierà da un momento all’altro. Però mi basta girarmi intorno per accertarmi che si tratti di una pura anche se atroce realtà. È vero, da noi ancora re­gna la pace, non ci sono le sparatorie in giro ma ogni giorno cresce il numero dei giovani che vanno a combattere in campi di guerra in Bosnia e Croazia gui­dati da un falso idealismo, dalla speranza di portare con sé la pace, sognando di nascosto la vita normale che hanno i loro coetanei all’estero. Molti sono andati via da questo paese portando con sé pochi affetti personali e con in mano il bi­glietto di sola andata, cercando di mantenere ben impressa nella memoria l’im­magine di quello che stavano per lasciare e promettendo a se stessi che un gior­no sarebbero ritornati. Anche Darko se n’è andato e mi sembra a volte di sentire la sua voce che m’incita ad andare avanti. Colonnello e Vidosava non sono più gli stessi e hanno perso ogni battaglia contro il proprio dolore che a malapena nascondono. Io ho paura di perdere le forze che mi aiutano ad andare avanti però so che non posso mollare. Io credo ancora che i giorni migliori arriveranno, ma­gari a passi lenti però succederà. I miei pensieri vengono interrotti dal campanel­lo. La prima cosa che mi viene in mente, Darko è tornato. Non è possibile, lo so, ma sognare non costa nulla.

“Ciao Sonia. Posso entrare?”

“Certo Ivan. Entra.”

“Hai notizie di Darko?” Mi chiede mentre lo sto accompagnando in soggiorno.

“No, sfortunatamente. Però è passato poco tempo sai.” Rispondo.

“Zvonko e Saša hanno ricevuto la lettera dell’esercito e presto saranno mobili­tati. Riceverò anch’io la stessa lettera, me lo sento.”

“Parlami di qualsiasi altra cosa ma non di quello.” Lo sto pregando.

“Scusa. Hai ragione. Però sono i tempi duri, lo sai anche tu. Mentre stavo ve­nendo qui ho incontrato alcuni miei vicini di casa. Gli ho detto “Buongiorno” ma mi guardavano distrattamente, come se non mi avessero riconosciuto. Tutti cam­minano come se si fossero persi, che credo sia normale visto quello che sta suc­cedendo.”

“Hai ragione.” A malapena sorrido. “Oggi ho incontrato in città Sreta, nostro professore di fisica. Abbiamo chiacchierato un po’ ricordando gli aneddoti dell’anno scolastico passato. Si è ricordato quando siamo scappati dalla lezione di fisica nascondendoci a casa di Bojan.” Ho fatto una smorfia. “Mi ha chiesto di Dražen.”

Ivan si gira sulla sedia. Sulla sua faccia gli si vede che si sente in imbarazzo. Lo so, non sa come chiedermi quello che vorrebbe sapere.

“Dimmi.” Lo incoraggio con un mezzo sorriso.

“Sai qualcosa di lui?” Poverino, ha paura di pronunciargli il nome per non ferirmi.

“No, anche se non ti nascondo che mi piacerebbe. Gli ho mandato una lettera. È un grande punto di domanda se la riceverà o no.”

“Io ho fiducia nel vostro amore Sonia. Finirà anche questo incubo presto, ve­drai. Spero. A proposito, hai visto il nostro caro presidente in tv ieri sera? Non gliene importa nulla di noi.”

“Maresciallo dici? L’ho visto. Ci sta preparando una bella minestra diplomatica. Spero solo che presto firmino qualche accordo di pace e che mio fratello pos­sa tornare a casa.”

“Hai proprio ragione Sonia. Se trovassi un pesciolino d’oro, glielo chiederei.”

Ridiamo entrambi. Ivan è rimasto dopo tutti questi anni fedele a sé stesso e a quel bambino che cresce in noi e insieme a noi. Quel bambino che ho trascurato parecchio in quest’ultimo periodo e a quale dovrei chiedere il perdono ora.

“Vado Sonia. Ivana mi sta aspettando per il pranzo. Fammi sapere se c’è qual­che notizia di Darko o di qualcun altro che conosciamo.”

“Ti farò sapere senz’altro. “ Ci salutiamo.

“Sonia, a tavola! Il pranzo è pronto, ci sono i piselli!” Sento gridare mia madre Vidosava. Piselli. Darko li odia tantissimo. Dove sei ora piccolo bastardo? Abbi cura di te.

“Arrivo mamma!”

Dovrò provare di nuovo. Magari neanche oggi mi riceverà. Non sono io al suo livello. I ragazzi d’oro dall’Occidente sono i suoi compagni. Le mie preghiere non arrivano a distruggere il muro che ci separa. Le mie lacrime non fanno parte dei suoi fiumi. Però, se mi possa sentire, che abbia pietà di me e della mia anima.  AMEN.

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Info Emy
Mi chiamo Emina. Vengo dalla Serbia però vivo in Italia dal settembre 2000. Sono laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed ho un master in Studi Est-Europei. Per molto tempo ho cercato di trovare me stessa, la mia vocazione. Dal 2010 credo di averla finalmente trovata. La mia vera passione è sempre stata la scrittura. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo "Il virus balcanico" in Serbia nel 2009, ho passato dei momenti bui. Più che altro si è trattato di una vera crisi esistenziale. Ora ho capito che la mia strada, oltre di quella di scrittrice che non abbandono, è il giornalismo. Lunga strada da percorrere ma importante è iniziare. E io l'ho già fatto. Ho collaborato per un anno e tre mesi con una rivista di lifestyle e moda di Belgrado. Dal luglio 2011 ad aprile 2012 ho collaborato con la rivista italiana online "Che donna". Dal febbraio 2012 fino all'estate del 2013 ho collaborato con un portale serbo dedicato alle donne, "Quello che le donne vogliono". A luglio 2012 sono arrivata a fare la giornalista per una rivista italo - americana, registrata a Tampa nella Florida, chiamata "Italian heritage magazine". Per un anno ho collaborato con l'associazione Trentino Balcani alla realizzazione del blog progetto "60 storie". Nel tempo libero cerco di scrivere il mio primo romanzo in italiano. Contenta e felice di quello che faccio. Andiamo avanti con sorriso, umiltà e felicità.

5 Responses to Il virus balcanico – capitolo 2

  1. newwhitebear says:

    Questa seconda puntata è incentrata sui ricordi di quei momenti terribili che hanno preceduto la guerra civile. Hai descritto quei momenti con molta intensità e partecipazione, trascinando il lettore a immaginare, a vedere visi e persone con grande realismo.
    Tanti piccoli episodi a comprre il puzzle di quei momenti, tante emozioni a colpire la sensibilità di chi legge. Davvero buono il tutto.
    Complimenti.

    PS non so se faccio beno oppure no ma ci provo lo stesso. Il testo contiene diverse imprecisioni, che io chiamo refusi. Te ne segnalo alcuni ma ce ne sono altri. Piccoli errori di battitura o forme verbali errate o costruzioni sintatiche imperfette.
    “ma è anche possibile che anche il mio migliore amico è un traditore” qui serve il congiuntivo
    “ma è anche possibile che anche il mio migliore amico sia un traditore”

    “ma anche a loro due smembra che non gli importi più di tanto” smembra è un refuso per via di una m di troppo “ma anche a loro due sembra che non gli importi più di tanto” Personalmente toglierei anche “gli”.

    “Darko rientrò nel soggiorno. Si gira verso di me” le frasi precedenti e quelle successive usano il presente, come gran parte della narrazione, quel passato remoto è incongruente.
    “Darko rientra nel soggiorno. Si gira verso di me”

    “Lo domanda il mio miglior amico e il nostro vicino di casa.” è errato il pronome. A lui si trasforma in gli e non lo. “Gli domanda il mio miglior amico e il nostro vicino di casa.”

    • Emy says:

      Grazie per il commento e i suggerimenti! Hai ragione, è incogruente passare così dal passato al presente..io avevo tradotto il testo in lingua originsle qualche anno fa, così, e qualche errore senza che me ne accorgessi è passato. Vedi l’esempio con pronome, che mi hai fatto notare. Hai fatto benissimo farmi notare gli errori e te ne sono molto grata! E’ difficile quando fai traduzione da una lingua così diversa. Leggendo la versione in italiano spesso mi accorgo che non suona bene e può succedere di avere le sintatiche imperfette. La cosa mi arrabbia, io vorrei esprimermi in italiano come faccio nella mia lingua madre. Poi, il limite cè, non ho studiato l’italiano come prima lingua, avevo fatto un corso di un paio di mesi per poter affrontare l’esame d’ammissione all’università. E a Scienze politiche purtroppo non fanno i corsi di scrittura creativa! 🙂

      • newwhitebear says:

        Avevo intuito che era una traduzione in italiano , perché sono errori tipici quando si opera in questo modo. Sono convinto che nella lingua originale sia ancora più coinvolgente.
        Se vuoi, posso rivedere i primi due capitoli e segnalarti quello che, secondo me, stona o è errato

      • Emy says:

        Non mi fa rispondere sotto, ho dovuto scrivere un nuovo commento.

  2. Emy says:

    Sì, sicuramente in lingua originale suona meglio e leggere ha un altro effetto. Volentieri! Se hai del tempo, non vorrei rubartene, mi piacerebbe capire dove sbaglio per poterlo correggere. Poi è sempre utile avere l’opinione e la visione di una persona madre lingua.

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