Il virus balcanico – capitolo 3

Sono passate delle settimane da quando il mondo mi ha crollato addosso e il tempo si è fermato. L’orologio della vita ha arrestato le sue lancette nell’ora e nel minuto in cui si è rotto lo specchio, senza sapere che avremmo avuto, di conse­guenza, dieci anni di totale infelicità. All’orizzonte ancora nessuna traccia dell’orologiaio, quel samaritano buono che si fa chiamare pace. La palla anche que­sta volta è in mano dell’Occidente, l’Est come al solito perde ogni partita di quel derby centenario Vaticano – Bisanzio. Sento che la mia anima è come se si fosse svuotata. Ogni fonte della speranza e della pace si è disseccata lasciando lo spa­zio a Sahara, quel deserto di un altra distrutta gioventù serba.

“Cara Sonia, siamo tutti molto preoccupati per te. Lo so, non è un periodo fa­cile, quello che stai vivendo, però sei sempre stata una ragazza forte. Eri il punto di riferimento non solo per me ma per tutti quanti noi. Proprio per questo non capisco questo tuo comportamento. Ti sei chiusa in te stessa e non ti lasci avvicinare da nessuno. Ma dove è sparita quella bambina che giocava con me, mi tirava per i ca­pelli e mi rubava le caramelle che adoravamo entrambi?E dove si è nascosta la ragazza che scappava da scuola insieme a me e mi consolava quando ci capita­va di avere qualche brutto voto di matematica che odiavamo? Non la trovo. Da giorni la sto cercando inutilmente nei corridoi di un grattacielo, in un ascensore in cui ci siamo bloccati mille volte. Mi piacerebbe tanto trovarla. Se la vedi, fammelo sapere. Conosci il mio numero. Magari potresti anche fare due passi e bussare alla mia porta. Da tanto tempo non c’è nessuno a leggermi il fondo della tazza di caffè. Non essere testarda. Il tuo sincero vicino di casa e miglior amico, Zvon­ko.”

Ho trovato stamattina sul comodino la lettera di Zvonko. Strano, non ha mai scritto nulla nella sua vita, tanto-meno una lettera del genere.  Se si trattasse di Nicola, avrei potuto anche capire, ma così sono esterrefatta. Nicola scrive o al­meno cerca di farlo perché ha un grande sogno. Vorrebbe essere un giornalista da grande. Però Zvonko non ha mai avuto un impulso della scrittura il ché mi confonde ora. Chissà, magari non ha scritto la lettera da solo. Mi ha poi sempre preso in giro per la mia passione per la scrittura dicendomi che quel mestiere non faceva per un anticristo come me. Devo, però, ammettere che la sua lettera mi ha fatto riflettere. Ha ragione lui, ho esagerato questa volta. Non è colpa dei miei amici per tutto quello che ci sta succedendo. Dovrei usare tutta la mia rabbia contro Maresciallo però purtroppo lui mi è irraggiungibile. Io per lui sono sol­tanto un pesciolino insignificante che vive fuori delle sue acque territoriali.

“Pronto? Posso parlare con Zvonko?” Dico dopo aver sentito la voce della madre di Zvonko.

“Ciao Sonia! Che bello sentirti. Come stai? Ho sentito che Vidosava è in ospe­dale. Non sai quanto mi dispiace. Spero che guarisca presto.”

“Grazie signora Mirjana. Noi siamo fiduciosi che mamma si riprenderà pre­sto. Voi state tutti bene?”

“Direi bene. Non ci lamentiamo. Ora ti passo Zvonko.”

“La ringrazio.” Subito dopo Sonia sente la voce di suo miglior amico.

“Meno male che ti sei degnata di farti sentire. Ci hai fatto molto preoccupare. Addirittura Saša ed io pensavamo che la polizia ti avesse arrestata per le tue poe­sie dedicate a nostro caro presidente o che magari ti avessero uccisa e buttato il tuo colpo nel Danubio. Mancava poco che organizzassimo la ricerca ufficiale.” Dice Zvonko con un tono scherzoso che divertiva tanto una volta la sua miglior amica. Non perdeva mai l’occasione di prenderla in giro.

“Lo so. Chiedo scusa per avervi fatto preoccupare. Toglimi una curiosità, stai pensando per caso di diventare un scrittore?”  Chiede Sonia ridendo.

“Direi di sì. Sono una concorrenza seria.” Ride il suo più caro amico. “Come stai?”

Da giorni non aveva le sue notizie ed era seriamente preoccupato.

“Sto,diciamo, meglio. Poi ti racconto. Prepara il caffè, arrivo fra cinque minu­ti.”

“Ti aspetto. Ma non tardare.”

Avevo proprio bisogno di questo, dell’affetto dei miei amici. Non so come sono riuscita a sopportare da sola le tensioni di ultimi giorni. Hanno ricoverato Vido­sava in ospedale perché ha avuto un infarto. I medici stanno ancora lottando per salvarle la vita. Dovrei essere là, accanto a lei e tenerla per mano e farla sentire come se fosse a casa sua. Per fortuna, oggi mi hanno sollevato da quell’incarico, e invece di riposarmi io mi sono messa a passeggiare tra le viuzze del mio passa­to. Ormai è da settimane che mi sono persa cercando la via del presente, per non parlare della via del futuro. Non riesco a credere più in quella favola con l’obbli­go di un finale felice. Apparentemente Hans Christian Andersen non l’aveva scritta per me ma per altri bambini lontani dalla penisola balcanica.

Busso leggermente alla porta dell’appartamento di Zvonko. Mi apre la porta sorridendo.

“Entra Sonia. Finalmente.” Mi abbraccia e mi da’ un bacio sulla guancia.

“Scusa se mi sono isolata ultimamente ma avevo bisogno di rimanere un po’ da sola. Però adesso eccomi qui. Ho compiuto la promessa.”

“Mi fa piacere rivederti. Non ti trovo proprio in forma. Hai perso dei chili dall’’ultima volta che ti ho visto.”

“Mi hai chiamato per farmi le prediche?” Glielo chiedo “arrabbiata”.

“No. Ti ho invitato qui per salutarti. Sto, stiamo per partire.”

Non era sicuro se sta­va facendo la cosa giusta o meno, ma glielo doveva dire. Doveva salutarla guar­dandola negli occhi perché sapeva che poteva essere l’ultima volta che la vedeva.

“Per dove?” Chiedo. Conosco già la risposta, anche se mi fa paura. Troppa.

“Non lo so. Nessuno di noi lo sa. Volevo, vorrei dirti addio come si deve. E poi, Cleopatra non dovrebbe leggermi il futuro prima che io vada in battaglia decisiva?

Sono senza parole e invece di dirgli quello che provo realmente in questo mo­mento rido come una matta, un’isterica.

“Allora, mi leggerai il fondo della tazzina del caffè? Sai, mi mancherà là il buon caffè turco e la mia Cleopatra personale.” Continua a scherzare con lei come se domani non esistesse, come se non stesse per lasciare, magari anche per sempre, la città natale; come se non andasse incontro alle incertezze, in un viaggio breve senza né un inizio né una fine.

“Sì, lo farò. E ti racconterò bugie come sempre.” Sorrido, cercando disperatamente nel suo viso quel sorriso allegro che sembra sparito per sempre.

“Allora mi hai mentito per tutti questi anni. Sono stato un vero deficiente.”

Stiamo facendo una conversazione che non ha alcun senso. Cerchiamo dispe­ratamente di aggrapparci al nostro legame, a quell’amicizia che dura da una vita con speranza di far apparire meno doloroso questo addio. Vedo nascere in suoi occhi un dubbio che come se mi chiedesse, ci rivedremo? Facciamo mille pro­messe l’uno all’altro di rincontrarci presto sul punto di confluenza di Sava e Da­nubio, là dove in un passato non tanto lontano facemmo quel giuramento sull’e­ternità della nostra amicizia. Mi sembra di risentire quelle voci, quelle promesse fatte con entusiasmo che risuonano ora nel carillon dei miei ricordi. Tutto mi ricorda palesemen­te dei vecchi dialoghi in bianco e nero di Grace Kelly, Merylin Monroe, Kerry Grant and company. Come se qualcuno stesse proiettando ripetutamente lo stesso film nel cinema dei miei pensieri.

“Grazie per il caffè. Farò del mio meglio per scrivervi. È quello il mio mestie­re da una vita, no?”

“Sì, piccolo anticristo. Non finire in prigione per quello, però.” Mi stringe tra le sue braccia. Sento tremare il suo corpo dal singhiozzo e a malapena, stringen­dolo più forte, riesco a calmarlo, a calmare anche me stessa.  Mi metto a piange­re e detesto farmi vedere dagli altri quando piango.

“Non ti preoccupare. Farò la brava. A limite finirò sul Goli otok però ti manderò una cartolina. Abbi cura di te amico mio.” L’abbraccio senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta che avrei avuto l’occasione per farlo.

“Lo farò, tranquilla. Anche tu però mi devi promettere che avrai cura di te stessa. Comunque, finirà presto quest’incubo. Credici.”

Anche lui se ne sta andando. Tutti mi stanno abbandonando. Mi sa che rima­rremo da soli Belgrado io e te, proprio come Rastignac e la sua Parigi. Chiudo gli occhi mentre sto aspettando la rivincita. Magari stasera vincerà la mia squa­dra. Forza Bisanzio!

 

                                             *

Tutta la mattinata stava pensando a quello che la sera prima gli aveva detto la sorella Anna, e più Marco ci pensava, più si rendeva conto che non riusciva a capirla. Mamma e papà per fortuna non erano al corrente di questa sua idea folle, però Marco sapeva che di sicuro neanche a loro sarebbe andato a genio il fatto che Anna voleva partire per Roma per fare la sfilata di moda e sperava che con le forze unite sarebbero riusciti a farla convincere di fare un passo indietro. Anna, però, non ci pensava proprio a cambiare il’dea, e Marco cominciava a perdere la pazienza.

“Marco, non vedo perché dobbiamo litigare. Del resto, io sono già maggiorenne, non sono più una bambina, e posso prendere le decisioni riguardo la mia vita da sola!”

Anna non riusciva a calmarsi però non avrebbe rinunciato a sua battaglia per nessuna ragione del mondo.

Marco non sapeva cosa dirle. L’amava sopra ogni altra cosa. Gli era importante la sua felicità e proprio per quello che da sempre aveva soddisfatto ogni suo capriccio nonostante l’avessero avvertito che in quel modo poteva viziarla. Gli faceva piacere accontentarla però per la prima volta Marco non era convinto della scelta di Anna, tanto-meno che doveva appoggiarla.

“Sei sicura che è quello che vuoi Anna? Potresti pentirtene.”

Anna stava per diventare isterica. Le veniva di vomitare al solo pensiero di come si stavano comportando i suoi familiari. Spesso aveva l’impressione che loro l’odiassero. Magari odiare non era la parola adatta, ma era come se la considerassero su un rango più basso dal loro. Non riusciva a sopportare più quel clima ed era convinta che l’unica soluzione a tutti suoi problemi era partire e non tornarci mai più.

“Gesù! Marco, non sono più una bambina. Ti faccio una domanda io ora. Che differenza c’è tra fare una sfilata di moda qui e farla all’estero? C’è una grande differenza Marco. Per una volta nella vita ho l’opportunità di fare una sfilata prestigiosa, di un grande stilista come Renato Balestra e soprattutto di farla in un Paese che di moda s’intende come l’Italia, e ci devo rinunciare perché mio fratellino e nostri genitori sono contrari? Ma non se ne parla!”

Era piuttosto sarcastica e ogni sua parola sembrava un coltello che tagliava il cuore di Marco in piccoli pezzi. Non poteva credere a quello che stava sentendo. Si sentiva come se fosse un intruso sulla proprietà altrui che presto sarebbe stato cacciato via dal proprietario.

“Poi torni a Belgrado? Il lavoro dura solo sette giorni? Questo è sicuro?”

Cercava la salvezza nelle proprie parole. Capiva, però, che anche questa volta stava facendo il gioco della sorella. Non doveva farlo però l’amava troppo. Si sentì meglio quando dopo una piccola pausa Anna aveva confermato le sue parole.

“Certo che poi torno. Te l’ho detto mille volte. Non voglio ripetermi come un pappagallo!”

Mentiva. Non sarebbe tornata a Belgrado, almeno no fra una settimana. Però non le importava. Non sentiva alcun rimorso per le bugie appena raccontate.

Era una splendida giornata domenicale piena di sole, fatta apposta per goderla, e Nataša era contenta perché da tempo cercava l’occasione per mettersi in terrazza sulla sua sedia a sdraio e rilassarsi. Da settimane era sotto stress perché a liceo regnava il vero inferno da cui voleva scappare almeno per un giorno. E che dire di Nicola, non voleva neanche pensarci. Non era degno di quelle farfalle che sentiva nello stomaco ogni volta che lo incontrava. Per lui lei non esisteva proprio. La considerava una bambina, una ragazzina qualsiasi nonostante fosse madrina di sua amica Katarina e ogni volta che si incontravano nel cortile di liceo lui le rivolgeva quel suo sguardo arrabbiato che le faceva capire di dover lasciarlo perdere. E più lui la ignorava, più lei sentiva quel “qualcosa” dentro di sé. Aveva provato di toglierlo dalla testa ma non riusciva a non pensarci. Per fortuna nessuno era al corrente di questa sua cotta, nemmeno la sua amica del cuore Anna, che era la compagna di classe di Nicola, perché Nataša aveva paura che Nicola potesse scoprirlo e in tal caso tutti l’avrebbero presa in giro. Era più piccola di lui ma da qualche parte nel suo cuore sperava che la differenza di età non potesse essere l’ostacolo alla loro eventuale relazione. Magari doveva chiedere Anna e Katarina di aiutarla a conquistare Nicola, però quando ha riflettuto meglio, ha capito che era una pessima idea.  Decise di preparare un caffè con la speranza di dimenticare bellissimi occhi neri di Nicola una volta per tutte.

Mentre beveva il caffè sfogliando la sua vista femminile preferita, tra le pagine di moda vide una faccia conosciuta e si sorprese. L’articolo parlava della nuova collezione della famosa stilista Mirjana Marić e accennava che una delle modelle, Anna Gavrilović, presto avrebbe presentato i modelli di Renato Balestra a una sfilata importante durante la settimana di alta moda a Roma. Dovevo scoprire tutto questo da un giornale? Si domandò Nataša. Era decisamente arrabbiata con la sua miglior amica e vicina di casa perché non le aveva detto nulla al riguardo, così decise di telefonarle e farle la predica.

“Ciao Annuccia, ho sentito tutto. Perché non ci hai detto nulla? Non vuoi condividere il tuo successo con gli altri? Da quando sei diventata così modesta?” Scherza Nataša.

“Ma che stai dicendo? Dove hai sentito queste stupidate? Tutto il giorno che mi chiamano e mi accusano per lo stesso crimine, però io d’avvero non so di che state parlando tutti quanti.”

Anna fece finta di non sapere di cosa si trattava.

“L’ho letto in “Anna”, è una rivista seria – continua l’amica del cuore di Anna – Non vedo perché l’autrice di quell’articolo avrebbe mentito?”

Aveva soltanto esspresso a voce alta i propri pensieri senza pensare che avrebbe urtato ulteriormente la modella.

“Ascolta Nataša. D’avvero non ti capisco. Credi più a una giornalista qualsiasi che a  tua miglior amica. Pensi che io ti avrei nascosto la notizia del genere?”

“Certo che no.”

La risposta di Anna aveva tranquillizzato un po’  la ragazza però il dubbio era rimasto.

Miloš era seduto sul divano e girava lentamente, quasi con il rispetto, le pagine del vecchio album contenente le sue fotografie preferite dalle quali gli sorridevano gli amici senza i quali la sua vita non avrebbe alcun senso. Si conoscevano dai tempi di asilo in cui giocavano spensieratamente nonostante qualche differenza di età. Dall’asilo poi passarono alla stessa scuola materna dalla quale finirono nella stessa scuola elementare. La loro amicizia non si era inclinata nonostante si fossero iscritti poi nelle diverse scuole superiori. Zvonko, Ivan, Saša, Dražen, Darko, Marco, Nicola, Bojan, Maksim, gli amici inseparabili di Miloš con i quali aveva condiviso tante cose. Da quando era iniziata la guerra civile tutti loro erano “spariti”, ognuno a modo proprio. Zvonko, Ivan e Darko combattevano da qualche parte in Bosnia, Dio solo sapeva in nome di che  e per chi.  Dražen era costretto di lasciare città perché lo volevano i suoi genitori, che lo hanno portato a Zagabria e di lui non c’erano le notizie ormai da tanto tempo.  Saša, il fratello maggiore della sua ragazza Tijana, Nicola, Marco, Bojan e Maksim erano occupati con i propri problemi personali e li vedeva così raramente che questo lo infastidiva. Per la sua sfortuna, i tempi in cui vivevano non lavoravano per loro e Miloš non poteva lamentarsi, né aveva qualcuno che avrebbe potuto ascoltarlo.

I tempi erano quelli che non avrebbe mai pensato  sarebbero arrivati un giorno e nonostante cercasse di mantenere l’allegria e l’ottimismo per i quali era conosciuto da tutti, non riusciva ad essere tranquillo per ovvi motivi. Era preoccupato per Tijana, tantissimo, però non voleva che lei lo notasse. Da quando suo papà era stato assassinato a Vienna, lei non era più la stessa e lui non sapeva cosa fare per aiutarla. Ogni volta che si incontravano pesava proprie parole per non ferire i sentimenti di sua ragazza che nelle ultime settimane era tanto delicata. Soffriva molto per la perdita del padre, Miloš questo lo capiva, ma non poteva permetterle di cadere così tanto in basso e di uccidere pian piano sé stessa con la propria sofferenza. Lei doveva reagire ed essere quella che era prima che uccisero suo padre. Voleva vederla sorridente come una volta lo era, sorridente, allegra e felice come quando si era innamorato di lei. Avrebbe fatto di tutto per far tornare indietro il tempo o almeno, quello che gli stava più al cuore, per far tornare il sorriso sul viso di Tijana. Sfortunatamente nessuno di loro amici, tranne le sue miglior amiche Sonia e Katarina, sapeva della disgrazia che aveva colpito la famiglia di Tijana e non poteva contare sul loro supporto morale. L’unico su cui poteva contare era Aleksandar, Saša per amici, il fratello maggiore di Tijana. Anche lui soffriva ma era un uomo e si sa, gli uomini, sopportano il dolore più facilmente. Miloš non poteva mollare proprio adesso e lasciare che Tijana si spegnesse completamente. Lei doveva continuare a vivere. Non poteva dimenticare quello che era successo ma poteva provare a conviverci. Lui avrebbe fatto di tutto per aiutare sua ragazza a lasciare quella brutta esperienza alle spalle.

Gesù. La fede in te non era mai il mio forte. Non conosco neanche una preghiera, nemmeno quella più famosa “Padre Nostro”, ciò nonostante, ora, ti prego di salvare un’anima tormentata che soffre tantissimo e non se lo merita proprio. Da sempre era una donna straordinaria, una madre eccezionale, ma sopratutto un essere umano che rispettavano tutti. Sai, quando ero piccola, mi portava qui, in chiesa, di nascosto dal papà, per accendere le candele. Papà diceva che era inopportuno per i membri del partito comunista e i loro famigliari di farsi vedere in chiesa e perciò lui non ci andava mai. Stamattina mi sono fatta coraggio e gli ho chiesto di accompagnarmi ma come al solito mi ha detto di no. Lo so, non è un momento facile neanche per lui, però non lo dimostra. Nemmeno un gesto, una mimica facciale, una parola di conforto,niente.

“Buongiorno Sonia. Sono contento di vederti nella casa di Dio. Dovresti venire più spesso.” Dice il parroco.

“Padre, buongiorno. Passavo di qui e ho deciso di fermarmi un attimo ad accendere una candela e di fare una preghiera affinché possa migliorare la salute di mia madre.”

Non ho tanta voglia di parlargli però sono da sempre stata una ragazza educata, così continuo la conversazione.

*

Era domenica, la giornata ideale per riposo in famiglia Zečević solo che, quando Nicola si era alzato, a suo malgrado si era accorto di essere da solo. Di solito, come succedeva in molte famiglie felici, la domenica si riunivano tutti e quattro intorno a tavola, mangiavano e chiacchieravano spensierati. Però quella domenica era come se i suoi famigliari, per qualche ragione a lui sconosciuta, avessero d’improvviso cambiato le regole che vigevano nella loro casa. Papà, mamma, eppure sua sorella più piccola, Nicolina, che almeno si era degnata di lasciargli un messaggio sulla sua scrivania in cui gli diceva dove era andata, tutti lo avevano abbandonato. Se solo fosse stato di buon umore, e non lo era, poteva gioire in quelle circostanze. Era molto insoddisfatto della vita che faceva perché gli sembrava che tutto che dicesse o facesse fosse sbagliato. Nonostante desse del suo meglio per far cambiare le cose, tutti i suoi sforzi sembravano inutili e non per nulla era arrabbiato da morire con sé stesso e con il mondo intero. Avrebbe volentieri litigato con qualcuno ma era tristemente solo. Se solo potesse confidarsi con qualcuno ma Maksim, il suo miglior amico, era in un gran casino perché aveva tradito per l’ennesima volta la sua ragazza Katarina e rischiava di perderla per sempre. Nicola non poteva contare nemmeno su di lui.

Pensandoci meglio, Nicola decise di tranquillizzarsi e di provare di fare qualcosa di costruttivo. Mise il foglio bianco nella macchina da scrivere con l’intenzione di finire l’articolo per il giornale scolastico a cui stava lavorando  e da cui gli dipendeva la vita in un certo senso. La cosa che lo irritava di più era che nessuno prendeva sul serio la sua passione per il giornalismo e che tutti in famiglia lo prendevano in giro a tal proposito. Nicola, però, non se la sentiva di rinunciare al suo sogno più grande nonostante la sua realizzazione fosse più difficile del previsto, e nonostante l’incomprensione degli altri. Almeno aveva l’appoggio morale di suo miglior amico Maksim. L’unica persona oltre a lui che poteva capirlo e confortarlo era la sua sorellina Nicolina, ma anche lei gli aveva voltato le spalle perché suo amico del cuore, Srđan, stava soffrendo per causa di sua ragazza Anna che stava per partire per Roma e lei, da buon samaritano, doveva dargli conforto. Nicola stava per arrabbiarsi di nuovo. Sua sorella non c’era mai quando lui ne aveva bisogno.

Nella casa della famiglia Tanašković tutto era pronto per il pranzo della domenica di cui il buon profumino era arrivato fino alla camera di Bojan. Era il profumo del suo piatto preferito, la sarma, però lui non ne aveva voglia. Se poteva, si sarebbe volentieri trasformato in una mosca, però, almeno nel suo caso, questo non era possibile. La sua vita negli ultimi tempi era insensata, vuota e tutto gli sembrava nero. L’unico punto luminoso era colei che era un mistero per lui che avrebbe volentieri scoperto. La conosceva poco, quasi per niente. La  vedeva ogni tanto nel quartiere o talvolta in ascensore ma gli era molto simpatica così spettinata, bassa e magra, che correva a scuola con un zaino più pesante di lei stessa sulle spalle. Aveva delle lentiggini e quel rossore sul viso che era tipico per i bambini che vivevano in campagna e che fino a qualche tempo fa poteva vedere soltanto in televisione. Era tanto diversa dalle ragazze che  lo circondavano e questo la faceva interessante ed intrigante negli occhi degli altri. Accendeva la curiosità in gente che spesso rimaneva tale. Mentre piovigginava fuori, Bojan pensava alla sua misteriosa vicina di casa e il suo desiderio di conoscerla oltrepassava i confini della normalità. Aveva deciso di conoscerla a tutti costi.

“Bojan, a tavola. Il pranzo si raffredderà. Sarebbe meglio se tu stessi studiando invece di perdere il tempo in chissà che.”

Era la solita predica del giorno. Quella scena si ripeteva ormai da tempo e a Bojan dava l’enorme fastidio. Era nauseato da tutto. Si stava preparando per l’esame d’iscrizione alla facoltà che avevano scelto i suoi genitori per lui, sua madre per l’esattezza. Come se lui fosse stato interessato in farmacia di famiglia lasciatagli in eredità dal nonno farmacista. Quello che a lui davvero interessava, crescendo accanto al padre il noto giornalista Dušan Tanašković, era la fotografia. Il suo unico sogno era diventare un fotoreporter, magari lavorare per il quotidiano di papà, “Politica”, però alla fine aveva acconsentito sua madre. Il giorno prima la sua ragazza Milica lo aveva piantato in asso perché voleva vivere la sua vita a modo suo. Si era messa in mezzo anche la nuova vicina. Bojan doveva essersi alzato con  il piede sbagliato. Anzi, ne era sicuro.

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Info Emy
Mi chiamo Emina. Vengo dalla Serbia però vivo in Italia dal settembre 2000. Sono laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed ho un master in Studi Est-Europei. Per molto tempo ho cercato di trovare me stessa, la mia vocazione. Dal 2010 credo di averla finalmente trovata. La mia vera passione è sempre stata la scrittura. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo "Il virus balcanico" in Serbia nel 2009, ho passato dei momenti bui. Più che altro si è trattato di una vera crisi esistenziale. Ora ho capito che la mia strada, oltre di quella di scrittrice che non abbandono, è il giornalismo. Lunga strada da percorrere ma importante è iniziare. E io l'ho già fatto. Ho collaborato per un anno e tre mesi con una rivista di lifestyle e moda di Belgrado. Dal luglio 2011 ad aprile 2012 ho collaborato con la rivista italiana online "Che donna". Dal febbraio 2012 fino all'estate del 2013 ho collaborato con un portale serbo dedicato alle donne, "Quello che le donne vogliono". A luglio 2012 sono arrivata a fare la giornalista per una rivista italo - americana, registrata a Tampa nella Florida, chiamata "Italian heritage magazine". Per un anno ho collaborato con l'associazione Trentino Balcani alla realizzazione del blog progetto "60 storie". Nel tempo libero cerco di scrivere il mio primo romanzo in italiano. Contenta e felice di quello che faccio. Andiamo avanti con sorriso, umiltà e felicità.

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