Addio 2014

Tutto sommato, se guardo indietro, non sei stato cattivo con me.. È vero, mi hai fatto spesso piangere, arrabbiare da morire, ma abbiamo anche riso, eppure tanto, come due buoni, vecchi amici. Abbiamo litigato, certo, e più per colpa tua che mia anche se, in fin dei conti, che vita sarebbe se andasse sempre tutto liscio, no? Mi hai sferrato dei colpi duri, che erano difficili da accettare. Ricordi aprile, quanto ho pianto quando se n’era andata senza che potessi dirle addio! E quanto mi sentivo in colpa per questo! Per non parlare di tutti quei mesi a fare le visite di controllo senza che arrivasse l’ultima, definitiva. La sto aspettando ancora sai. Potresti dire al tuo amico che ti sostituirà a mezzanotte di occuparsi della faccenda. Sai che non sono un tipo paziente. Mi conosci ormai bene.

Non è stata una passeggiata sopportarti per lunghissimi 365 giorni, concorderai con me. Però alla fine, non sei stato proprio di pessima compagnia. Abbiamo anche gioito insieme. Sei stato tu a riportarmi a casa dopo tanti anni di assenza. Anche se è durato brevemente, rivedere le persone amate ha scaldato il mio cuore. Con te al mio fianco ho ricominciato persino a lavorare al nuovo romanzo. Ho ripreso il mio lavoro di giornalista dopo una lunga pausa. In un certo senso con te ho ritrovato anche me stessa, quella che avevo perso negli ultimi tempi. Ti ricorderò anche per tante di quelle parole, dette, scritte o lette, parole che emozionano, fanno sorridere e crescere come persona ma anche come professionista. Ti ricorderò per tanti libri letti, una quarantina, delle letture folli ma belli che come l’ancora di salvezza mi hanno tirato su in momenti di sconforto e smarrimento totale. Ti ricorderò per via delle amicizie, vecchie e nuove, le amicizie che non ti aspetti ma belle, importanti, che uniscono nonostante la lontananza fisica. Ti ricorderò, sì, ma non ti illudere che mi mancherai. Mi mancherà soltanto una persona, che nonostante siano passati mesi da quando me l’hai portata via rimane con me per sempre.

Non so come sarà il tuo successore, mi lascerò sorprendere come sempre. Assicurati però che sappia sorridere perché così posso sperare che andremo d’accordo.

Addio vecchio mio 2014.. Gennaio non correre, ormai sei alle porte….

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Libri: Nostalgia

Nostalgia, un sentimento forte, provato spesso in questi anni lontano da casa e il mio paese d’origine, ritrovato tra le pagine dell’omonimo romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo.

Nostalgia, raccontata attraverso le varie voci narranti, chiassose, piene di emozioni che vibrano nell’aria ed immagini che, come quando costruisci un mosaico o un puzzle, si incastreranno alla perfezione solo alla fine.

Passo dopo passo, è una lunga strada da percorrere ma vale la pena farlo, conosciamo i protagonisti di questo racconto a più voci. C’è una giovane coppia di studenti, Amir, aspirante psicologo che fa tirocinio presso un centro di malati psichici, Noa, studentessa di fotografia, che si sono appena trasferiti in un villaggio a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv. La loro è una piccola casa all’interno dell’abitazione di loro padroni di casa, Sima e Moshe. C’è Modi, il miglior amico di Amir, che si trova in Sud America da dove si palesa attraverso le lunghe lettere che invia all’amico periodicamente. C’è Yotam, un bambino appena rimasto senza fratello maggiore, un militare che viene ucciso e con il quale aveva un rapporto speciale. Ci sono i suoi genitori, che dalla morte del figlio si sono persi e a malapena si accorgono l’uno dell’altra, abbandonando anche il figlio più piccolo costretto a combattere con la propria nostalgia, il proprio dolore, da solo. Almeno finché trova in Amir un amico. C’è Saddiq, un muratore arabo che lavora nel villaggio e cui famiglia è stata espulsa nel 1948 proprio dalla casa in cui vivono Sima e Moshe, loro figli e la suocera. L’uomo, in possesso ancora di atti di proprietà della casa d’infanzia, deve ritrovare un oggetto di grande valore per sua madre rimasto indietro durante la loro fuga. E c’è un paese, Israele, scosso dall’assassinio di Yitzak Rabin, capo di governo, da sfondo della storia. Tutti i personaggi sentono mancanza di una parte importante di loro stessi che non è facile colmare ma che forse, alla fine, riusciranno a ritrovare, o almeno trovare la strada giusta, verso il porto giusto. Tutti tranne uno che, credo, non abbia avuto l’equa ricompensa e la cui storia avrebbe potuto, a mio avviso, avere un finale diverso.

La lettura è un po’ impegnativa, ammetto, forse perché avevo optato per leggerlo in inglese. I capitoli, cinque soltanto, sono lunghi, a volte dovevo proprio staccare, magari leggendo qualcosa d’altro, per poter riordinare il mio di puzzle interiore. Essendo narrazione a più voci, una sorta di collage fatto da lunghi o brevi monologhi, non era facile orientarsi, capire il filo nostalgico che legava i personaggi. Quando, però, sono entrata dentro anche emotivamente, sentivo il loro dolore, ma anche la loro gioia, i loro dubbi erano anche i miei, la lettura è stata molto più tranquilla. C’erano dei momenti in cui avevo persino ritrovato me stessa. Lo consiglio vivamente.

Buon Natale

Il bello di questi 14 anni lontano da casa è di poter avere quasi sempre le doppie feste.. una il 25 dicembre, quel Natale d’adozione che è diventato parte integrante di me.. e quella di inizio di gennaio, il 7 per esattezza, il Natale ortodosso, quello festeggiato sin dalla nascita.. Ma sempre il Natale è… Non ci vuole molto per rendere un giorno come questo perfetto.. famiglia, relax, e qualche buon libro. Ovunque voi siate cari lettori, vi auguro buon e sereno Natale. Auguri!

merrychristmas

Addio, Virna

Virna era bella. Bellissima. Ma non era la sua bellezza che la contraddistingueva dalle altre. Lei era anche brava. Era intelligente. E quando recitava, emozionava chi le stava di fronte. Di una espressività straordinaria, aveva interpretato delle donne straordinarie, proprio come lo era lei, forti, toste, senza mai scendere a compromessi, emozionandoci fino alle lacrime. Questa mattina, accendendo la tv, ho visto quello sguardo intenso, quel suo sorriso abbagliante. Parlavano di lei nel passato. Mi ci è voluto troppo per capire, forse deliberatamente, il vero significato di quelle parole che causavano la tristezza, il dolore stordente e muto.

Ho sempre amato il cinema italiano. Un legame affettivo che si è consolidato ancora di più, diventando sempre più forte, da quando mi ero trasferita in Italia. Ci sono tante attrici che ho apprezzato per la loro bravura, la loro bellezza ma nessuna era riuscita a darmi quell’impatto emotivo, che fa vibrare l’anima, tranne lei. Lei che quando vedevo sul piccolo o grande schermo che sia mi si illuminava il viso. Quando sorrideva, ed era un sorriso franco, aperto, non vedevo in lei solo la grande stella cinematografica e televisiva. Vedevo, soprattutto, l’essere umano. La donna straordinaria che per la sua età poteva essere mia nonna. In effetti, se ci penso, erano proprio coetanee.

Virna Pieralisi, era il suo vero nome, si è spenta stamattina nella sua casa romana. Aveva 78 anni. Nella sua lunga carriera, aveva ottenuto il primo contratto a soli 14 anni,  ha girato più di 100 film e vinto vari premi: sei Nastri d’argento, un premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes, quattro David di Donatello, di cui due alla carriera.  Debuttò nel 1953 nel “E Napoli canta”, seguito da “La donna del giorno”, nel 1956, di Francesco Maselli. Dopo aver conquistato Cannes con “Signore & Signori” di Pietro Germi, arriva la grande occasione hollywoodiana. Il suo primo film americano era la commedia “Come uccidere vostra moglie, in cui il suo partner fu Jack Lemmon. Sembrava l’inizio di una carriera brillante, ma, nonostante avesse lavorato al fianco di grandi attori, come Frank Sinatra che si era innamorato di lei, Virna non si sentiva a suo aggio nei panni della bambola sexy, bionda e svampita. Rifiutò, così, la grande opportunità che molte di sue colleghe avrebbero afferrato senza pensarci. Molte, sì, ma non lei. Quel mondo non le piaceva per niente. Non la divertiva. Lei era una donna di sani principi, religiosa, molto, e alle luci di Hollywood ha preferito la famiglia.

Mi era piaciuta particolarmente nel film “Va’ dove ti porta il cuore”, tratto dall’omonimo romanzo di Susanna Tamaro, dove interpretava la nonna Olga, per il quale vinse Nastro d’argento e Globo d’oro. Con Cristina Comencini girò anche “Il più bel giorno della mia vita” (2002), e la sua ultima partecipazione cinematografica, dopo un decennio dell’assenza dal grande schermo, sarà proprio in una commedia diretta dalla regista romana che si intitola “Latin lover”, la cui uscita è prevista per il marzo 2015.

Oltre ai numerosi film, rimarranno memorabili le sue partecipazioni nei sceneggiati tv e fiction. La prima, Orgoglio e pregiudizio, risale al 1957. La ricorderò soprattutto per le sue interpretazioni nelle diverse serie televisive, che ho avuto modo di seguire vivendo in Italia, a partire da “La memoria e il perdono” (2001), “Il bello delle donne” (2003), “A casa di Anna” (2004), Caterina e le sue figlie (2005-2007-2010) che piaceva molto alla mia famiglia, “L’onore e il rispetto” (2006), Fidati di me (2008), “Il sangue e la rosa” (dello stesso anno), “La donna che ritorna (2011), “Baciamo le mani – Palermo New York 1958 (2013) e “Madre, aiutami” di qualche mese fa. Uscirà nel 2015 il suo ultimo lavoro per la televisione “La mia Famiglia.”

Addio, Virna. Rimarrai nei miei ricordi e come sempre, quando mi chiederanno di scegliere le mie attrici preferite, il tuo nome sarà in cima della lista per tutte quelle volte in cui mi sono emozionata fino alle lacrime per colpa tua, per la tua bravura e la sensibilità.

Libri: Lezione di tango

Ogni anno, per il compleanno, mi regalo dei libri. Questa volta, a ispirarmi, è stata la scrittrice e sceneggiatrice argentina Elsa Osorio di cui avevo sentito parlare molto bene. Nella mia lunghissima wishlist, da qualche tempo, c’era il suo romanzo “Lezione di tango”. Essendo da tempo appassionata di lontano sud, ho pensato che sarebbe stato il regalo perfetto così, non trovandolo nella versione cartacea nella libreria della zona e impaziente ad averlo ho optato per la versione ebook esistente solo nella lingua originale, che per fortuna parlo abbastanza bene.

Ogni libro è un nuovo viaggio e che lo leggessi proprio durante il viaggio di compleanno era soltanto una coincidenza. Se il treno mi portava verso la vicina Austria, Elsa Osorio, con le parole e nel ritmo di tango, un ballo che mi aveva già affascinato in un altro romanzo feuilleton letto di recente, mi aveva riportato in quel paese lontano che sogno di visitare un giorno. Un Argentina affascinante quanto dolorosa, sapientemente raccontata da un narratore straordinario che è il tango, quel pensiero triste che si balla, e che aveva unito due famiglie alla fine di ‘800, dei Lasalle e dei Montes.

Si parte da una Parigi tanghera in cui vive la giovane sociologa Ana Lasalle, emigrata nella città sulla Senna negli anni settanta con la famiglia, in seguito alla dittatura militare che aveva visto suo padre, Hernán, arrestato. Lei è sotto ogni aspetto francese, rifiuta le sue origini che le portano soltanto dei ricordi tristi e il forte sentimento di odio che prova per il nonno César, se non per quella passione sfrenata per il tango. Saranno proprio i passi del popolare ballo argentino a farle conoscere Luis, un giovane regista argentino di passaggio a Parigi dove cerca non solo i finanziatori per una serie di documentari ma anche la creatività che sembra l’avesse completamente abbandonato in quell’Argentina sprofondata nella forte crisi economica.

Non è però solo tango a unire i due, che sembrano ma non sono i principali personaggi del libro. Ci sono legami molto più forti, che vedono gli antenati di Ana e Luis unirsi in una storia familiare che vive al di là del tempo, al di là della ragione e sentimento. Il protagonista assoluto il ballo, che Luis vuole raccontare nel suo film, considerato immorale all’epoca ma al cui fascino e il richiamo è impossibile resistere o rimanere immuni. Il ballo dell’amore proibito, passione che brucia da dentro e conquista i corpi e i cuori dei ballerini. Il ballo che evolve nel tempo, cambia inesorabilmente, emoziona. Le due famiglie raccontate nel periodo dalla fine di ‘800, quando nasce il tango, agli anni ’30. Un paese che vede arrivare tantissimi immigranti, un paese di lotta dei lavoratori, tumulti interiori, proteste. E tango, sempre lì ad avvolgere nel suo eterno abbraccio chi ne ha bisogno. I giochi di potere, le bugie, bordelli, cabaret, una città che non dorme mai. Musicisti, ballerini, attori presunti e tali. Cantanti di tango. Tango, sempre lui da primadonna che primeggia sulla scena e racconta le vicende dei personaggi. Una saga familiare al ritmo di tango da non perdere.

E il prologo che emoziona, non lascia indifferenti. Una Buenos Aires attuale, non più così lontana, così detestabile. E una giovane tanghera che forse, in fin dei conti, non è quello che credeva sempre di essere.

Il libro è scritto bene. All’inizio, forse, è facile perdersi per i numerosi personaggi, alcuni con lo stesso nome, che può destare la confusione. La scrittrice spesso passa dalla terza persona singolare alla prima, nel racconto, e per chi non è abituato, forse seguire potrebbe essere difficile. Una volta, però, preso il ritmo, ci si fa trasportare con leggerezza dentro di quel tango immortale, vivo e focoso, che continua coinvolgerti, chiamarti, persino quando porti la lettura al termine. Proprio come direbbe il caro Borges: “Benché la daga ostile o un’altra lama, il tempo, li abbia spenti nel fango. Oggi di là dal tempo e dall’infausta Morte, quei morti vivono nel Tango”.

Inutile dire che mi è piaciuto molto, vero?

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