Libri: Trieste

Haya Tedeschi, una vecchietta goriziana, da sessanta due anni che aspetta nella sua casa, in vecchio stile asburgico, in via Aprica 47. Gorizia, in italiano, Görz in tedesco e in friulano Gurize, o Gorica in sloveno, sempre la stessa città è, situata in quel cosmo miniaturizzato ai piedi delle Alpi,  alla confluenza dei fiumi Isonzo, ovvero Soča, e Vipacco, sui confini degli imperi andati in rovina. Seduta nella sua sedia a dondolo, con ai piedi una cesta rossa con delle foto, cartoline, lettere, documenti e ritagli di giornali, frutto di una lunga e meticolosa ricerca, Haya aspetta di incontrarlo. Lui verrà, lo sente, quel figlio strappatole dal passeggino a soli 8 mesi, frutto di una relazione vergognosa, dirà la Storia, una relazione che lei, giovane e ingenua forse credeva fosse amore. Sta seduta, si dondola, e dice: Sbrigati, è il momento. È un lunedì qualsiasi, il 3 settembre 2006.

Chi è Haya? Cosa sappiamo di lei? Sappiamo che è nata nel 1929, e pian piano, che il gomitolo di lana della storia si sta sfilando, conosciamo le sue origini, la sua famiglia ebrea, che nemmeno lei conosce appieno, ma col tempo riesce a costruire il suo albero genealogico. Ci si addentra, insieme a Haya, tra quelle viuzze della Storia, oscura, dolorosa, che ci perseguita come un fantasma. Görz, dopo la caduta dell’impero, Gorizia italiana avvolta nell’abbraccio possente del fiume Isonzo “dalle sembianze umane che si può presentare placido e silente, l’istante successivo arrabbiato. Quando è arrabbiato, acquista una gran forza. Quando è silente, canta.”

Haya e sua famiglia, i loro spostamenti, prima Napoli bella dove Haya canta insieme a Enrico Caruso “O Sole mio” che ascolta alla radio. Dopo Albania. Mussolini, la guerra che incombe, speranze per un futuro migliore, “Oh Happy Days”, che mai arriverà. Ritorno a Gorizia, casa dolce casa, e l’incontro con quel “simpatico e amabile” SS Kurt Franz. Le loro passeggiate, l’amore che sembra sfociare in qualcosa di bello, la felicità di una giovanissima Haya al diventare madre di un maschietto che chiamò Antonio. Kurt Franz lascia città, il suo destino è ormai tracciato, lo aspettano “grandi cose”, altrove, quel altrove di nome Treblinka che inghiottirà e per sempre migliaia e migliaia di ebrei affidati alle sue “amorevoli cure”. Haya ignora tutto, diventerà cosciente molto, molto più tardi di come era e cosa davvero succedeva in quell’epoca nera. Pochi mesi alla nascita di Antonio, battezzato come cattolico da quel prete tedesco di cui Haya si fidava, il bambino viene sequestrato perché parte di quel programma segreto ideato da Himmler in persona, programma Lebensborn per creare una razza perfetta, e le sue tracce si perderanno per un tempo infinito, proprio come l’attesa di Haya che non ha perso la fiducia e la pazienza e ogni cartolina o lettera che riceve dalla Croce Rossa è una nuova speranza.

Haya non si è mai arresa, ha raccolto per sessanta e passa anni le prove, ha ricostruito come si fa con ogni puzzle, pezzo dopo pezzo, il quadro completo della sua vita mancata e vuota, se non fosse stato per quella ricerca che la mantiene ancora in vita, che il lettore, man mano che va avanti con la lettura, scoprirà, scoprendosi, anche, e più delle volte, nauseato, arrabbiato e non mancherà nemmeno la lacrima, traditrice di un emozione forte che ho provato dalla prima all’ultima pagina. Seduta nella sua sedia a dondola, ogni fotografia, ogni foglio ormai ingiallito dal tempo che passa, che estrae dalla sua cesta rossa è una testimonianza forte e opprimente, ti si avvolge intorno al corpo, al cuore come un mantello invisibile della Storia per troppi anni e da molte persone negata ma che non può cadere nell’oblio. Non lo permette Haya, non lo permette nemmeno Antonio, che impiegherà anni e anni della stessa meticolosa ricerca, come testimonia l’ultima parte di questo romanzo documentato di Daša Drndić, in cui troveremo moltissime testimonianze delle persone sopravvissute, frammenti di processi storici che lasciano dietro di sé un’indelebile scia di sgomento, vergogna e rabbia e pure tanta,  per scovare e scoprire quell’altro io che ha sempre saputo esserci dentro di lui ma non aveva la chiave per aprire i giusti cassetti della  memoria storica.  La memoria che ci è rimasta in eredità e che non possiamo ignorare, nemmeno dimenticare noi, lettori o non, perché sarà sempre parte di un passato, come le storie mai raccontate di quei 9000 ebrei italiani uccisi dai soldati e seguaci di Hitler; un passato pesante cucito dentro quel mantello nero di una Storia che non ci ha insegnato a quanto pare nulla, visto che continuiamo a ripetere gli stessi errori.

“Dal ripetersi della storia dovremmo pur imparare qualcosa, repetitio est mater studiorum, ma nonostante la Storia, spavalda e ostinata, non si arrenda, vada avanti a ripetersi senza sosta mi ripeterò fino allo sfinimento, dice – noi la testa a posto non la mettiamo, ci lasciamo soltanto crescere i capelli, ci nascondiamo, taciamo e mentiamo, in generale facciamo finta di niente.”

Libri: Il Trio dell’arciduca

Un’interessante storia di spionaggio, scritta abbastanza bene. L’autore, Hans Tuzzi, ci porta indietro nel tempo, in un Europa di grandi potenze, imperi e spie. A portarci in giro per l’Impero austroungarico,  e quello otomano, un giovanissimo e scaltro agente di servizi segreti austriaci, di origini montenegrine, Neron Vukcic.

La prima tappa del viaggio, Trieste. Il giovane agente scopre il cadavere di un mercante turco sulle rive del mare. L’uomo è stato avvelenato, non si sa da chi né perché. Nella sua stanza d’albergo Neron Vukcic (vuk in serbo-croato vuol dire lupo, a detta in inglese wolf, si suppone anche se non è scritto da nessuna parte che il nostro uomo sia Nero Wolfe il futuro protagonista dei romanzi di Rex Stout) trova una serie di indizi che lo porteranno, strada facendo, sulla pista dei possibili mandanti dell’omicidio. Chi può aver voluto la morte del mercante e perché? Da Trieste il mistero porterà Nerone a Vienna, a Istanbul (Costantinopoli all’epoca), persino nella sua patria, Montenegro, e infine a Sarajevo, proprio quella Sarajevo che presto avrebbe scoppiato, con l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando, come una bomba destinata a porre fine e per sempre al vecchio mondo.

“Il Trio dell’arciduca” è una interessante spy story, scritta con uno stile ricco di dettagli d’epoca. La scrittura in alcuni punti è poco fluida e rallenta a tratti la lettura, ma la storia è così piena di azione, agguati, inseguimenti, mosse e contromosse dei tre imperi, turco, russo e austriaco, che prende il lettore dall’inizio alla fine. “Sapete, no?, cosa ne pensa, il conte Conrad, di quei Katzenmacher: l’Italia è pericolosa in quanto non è una grande potenza. Ed è malata di irredentismo. In questo è come la Serbia”. “In effetti, ci spiamo a vicenda: strano modo di essere alleati” ghignò Mayer.”

Tutti, o quasi tutti, si spiano a vicenda, ognuno ha qualcosa di nascondere e scoprire. In un Europa di cambiamenti forti che avranno luogo da lì a poco tutti seguono il proprio interesse che in qualche modo può intralciare la strada del nostro giovane eroe. Un agente intelligente e dotato che non tarderà ad avere le risposte giuste e starà al lettore riuscire a comporre pezzi di un puzzle del colore scuro come il mistero che avvolge l’uccisione del mercante turco.

Mi è piaciuto abbastanza, nonostante un finale un po’ veloce e un pochino scontato. Mi è piaciuto addentrarmi nella mia terra di un epoca storica così interessante, così importante. Ho avuto una simpatia, quasi a pelle, per il giovane agente, uno di quei personaggi che se fossero reali ti piacerebbe incontrarli. Se dovessi dare un voto, direi 3/5, quasi 4.

Libri: Suite francese

“Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana.” Sono le prime note di una composizione letteraria, scritta con maestria e purtroppo mai finita, della scrittrice Irene Nemirovsky, nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, dove morì insieme al marito. Un libro seppur non terminato, che colpisce il lettore per la scelta di parole, messe insieme per creare un prosa poetica,    emozionante, limpida che come un scialle in inverno copre e scalda il lettore che si trova a leggere delle vite altrui in un periodo per nulla bello. Anzi.

La Suite Francese doveva essere una storia raccontata in cinque parti, come si avvince dagli appunti di autrice, che ne terminò soltanto due: Temporale di giugno e Dolce, entrambe sufficienti per dire che il libro rappresenta un vero capolavoro della letteratura del XX secolo.

Nel primo atto di questa sinfonia armonica si racconta una Francia sull’orlo del baratro, invasa dal nemico, che sta perdendo la guerra. Ci troviamo in una Parigi sorvolata dagli aerei tedeschi, in tutta la sua bellezza avvolta dalla Senna che sembra, quasi, che guidasse il nemico. Poveri, ricchi, stanno tutti per essere travolti dalla tempesta in arrivo. L’esercito francese è stato sconfitto e si aspetta, dal momento all’altro che le forze nemiche occupino la capitale. In quel quadro, per niente confortante, il lettore conosce i primi cittadini che si apprestano di lasciare la città. I Pericand, borghesi e cattolici. Un figlio prete, Philippe, che non avrà una bella fine. Bernard l’idealista. Charlotte, la madre protettiva e religiosa. Un suocero. Un gatto, Albert, che conquista i lettori. I Corte, lo scrittore Gabriel e l’amante ufficiale, una certa Florence. I Michaud, impiegati della banca, con un figlio in guerra. Corbin, direttore della banca e l’amante di turno, una ballerina intraprendente e a tratti odiosa, Ariette. Un cicciotello malato di cuore di 60 anni, ma legato ai soldi, alle sue porcellane, Charles Langelet. I personaggi, sia quelli principali che di apparizione temporanea,  sono delineati con chiarezza, che li si può vedere, sentire i loro battiti accelerati, guardare, insieme a loro, un paese distrutto, occupato, da ogni angolo e prospettiva. La descrizione di luoghi, degli avvenimenti che si succedono armoniosamente, è minuziosa, dettagliata e serena. In una parola: poesia. Poesia pura. La scrittura così bella coinvolge i lettori dalla prima pagina, facendogli assistere alle situazioni tragiche, ma anche grottesche, di quelle che fanno anche sorridere. “Tata, abbiamo dimenticato..” Disse Charlotte tra i singhiozzi. “Cosa, signora, cosa?” “Abbiamo dimenticato il mio suocero!” Passo dopo passo si partecipa, in diretta, al naufragio di una civiltà, i suoi valori, le sue istituzioni, al caos che scaturisce l’esodo e ai meccanismi che quest’ultima scatta in individui: c’è chi si distingue per generosità, chi per meschinità, vigliaccheria. È una tempesta caotica, disordinata e confusa, in cui ognuno, come può, cerca di sopravvivere come meglio può, riuscendo, alla sua volta, o meno, nell’impresa.

Nel periodo Dolce il lettore si sposta nella Francia contadina, occupata dalle truppe tedesche, dove conosciamo la signora Angellier, del villaggio Busy, una vecchia borghese cui figlio, Gaston, è stato fatto prigioniero, la sua nuora Lucile, gli altri abitanti del villaggio, un sindaco e la moglie viscontessa, una dama di carità non molto amata dai contadini. Il villaggio si aspetta l’arrivo del nemico. La sfilata iniziale dei soldati tedeschi, descritta dettagliatamente, resta impressa negli occhi del lettore. Stupisce la gentilezza del nemico, più volte ripresa nel racconto, che sembra quasi, a tratti, si scusasse per essere lì. Con il tempo, tra gli abitanti e gli occupanti si crea un rapporto se non certo amichevole, sicuramente di una specie di reciproco rispetto. “I tedeschi… carogne.. Però dobbiamo anche essere giusti.. È la guerra.” Si descrive il nemico come cortese, gentile, di modi raffinati che non resta inosservato, soprattutto dalle donne, che volenti o no, rimangono affascinate. La vita, nonostante tutto, continua e lo si vede dal risveglio della natura, ci sono le descrizioni bellissime poetiche che fanno risvegliare dei sensi. E non mancano dei sentimenti, di quelli forti che possono nascere tra un uomo e una donna nonostante le differenze. Una giovane donna, che si è sposata senza amore. Un ufficiale nemico. E la domanda che rimane sulla bocca, e sorge spontanea: Come sarebbe finita? Dagli appunti della stessa Nemirovsky, allegati alla fine del libro, si intravedono i contorni di questa storia incompiuta.

Non esagero se dico che Suite francese è uno di libri più belli che ho letto negli ultimi anni. Scritto con una lucidità pazzesca, se penso al periodo e lo stato d’animo in cui la Nemirovsky si trovava al momento della stesura,  la prima e mai corretta. Mi ha colpito per la bellezza della prosa, che ricorda molto uno degli autori che ho amato da liceale, Tolstoj e non fui sorpresa a leggere, tra le pagine degli appunti della scrittrice, che si era ispirata anche a lui mentre scriveva il romanzo. Ho amato molto alcuni personaggi, altri meno, ma rimarranno tutti impressi nella mia memoria. Ho amato alla follia la prosa della scrittrice, che cercavo di assorbire pagina dopo pagina per non scordarmi di passaggi che mi avevano colpito, cercando, anche, di “rubare” i segreti del mestiere. Era il primo libro di Irene Nemirovsky che leggevo, ma sicuramente non l’ultimo. Ora ho voglia di conoscere le altre sue opere. Lo consiglio vivamente.

Ringrazio di cuore Patrizia, che mi ha regalato Suite francese tempo fa, facendomi un dono di inestimabile valore.

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