Libri: Un indovino mi disse

Ho sempre pensato che ogni libro è un viaggio distinto, che ci porta nei paesi o nelle terre che forse mai avremmo conosciuto, se dipendesse da noi. L’ultimo letto mi ha portato, per diverse settimane, in una terra seppur affascinante, di cui fu oggetto anche un esame universitario, non mi aveva mai inspirato più di tanto. I libri sono, però, sempre imprevedibili, non puoi sapere mai che affetto avranno su di te. Solo alla fine della corsa, dopo aver tirato le somme, quando il tuo cuore batte così forte dall’emozione, puoi finalmente dire che è stato amore a prima lettura.

L’Asia, la terra di conflitti, mille contraddizioni, attraversata da un ondata di progresso che spazza via l’autenticità per amore di uniformità all’occidentale. Un uomo, un giornalista ricorda una vecchia predizione che gli fu fatta sedici anni prima da un indovino di Hong Kong: nel 1993 non volare, la tua vita sarà in pericolo. Tiziano decide di accettare il consiglio ma non perché ci crede veramente, o perché scaramantico, semplicemente perché vuole distanziarsi dalla vita fatta di comodità e viaggi brevi in aereo per vederla con degli occhi diversi. Inizia così un percorso lungo, fatto da viaggi via terra e via mare, in una Asia dai treni scomodi e politici e poliziotti corrotti, delle credenze popolari e dei veggenti che sanno leggere nel passato e nel futuro. Un’Asia investita dall’onda di globalizzazione che lentamente porta via con sé un mondo incantato che rischia di estinguersi. Un’Asia combattuta tra il bene e il male, tra la ricchezza e la povertà. Un’Asia del tempo che scorre lentamente e da mille riflessioni. Un’Asia forse non così diversa da quella del 1993 ma pur sempre affascinante, invitante. Un’Asia in cui pagine fu sicuramente scritto il destino di Tiziano Terzani, cui vita inevitabilmente cambiò grazie alle parole dell’indovino di Hong Kong.

Un indovino mi disse è un bellissimo diario di viaggio, che porta i lettori in un mondo misterioso e magico, in cui vivono i personaggi bizzarri, altri particolari, alcuni simpatici, altri meno. Un mondo a sé, in cui domina la storia, la ricerca della verità e quel tocco di spiritualità che non guasta mai. Ma soprattutto è un libro che resta dentro, una grande lezione di giornalismo, di vita. Un libro da leggere. Voto: massimo

“Raramente l’umanità è stata, come in questi tempi, priva di figure portanti, di personaggi luce.
Dov’è un grande filosofo, un grande pittore, un grande scrittore, un grande scultore? I pochi che vengono in mente sono soprattutto fenomeni di pubblicità e di marketing. La politica, più di ogni altro settore della società, specie quella occidentale, è in mano ai mediocri, grazie proprio alla democrazia, diventata ormai un’aberrazione dell’idea originale quando si trattava di votare se andare o no in guerra contro Sparta e poi…di andarci davvero, andarci di persona, magari a morire. Oggi, per i più, democrazia vuol dire andare ogni quattro o cinque anni a mettere una croce su un pezzo di carta ed eleggere qualcuno che, proprio perché deve piacere a tanti, ha necessariamente da essere medio, mediocre e banale come sono sempre tutte le maggioranze.
Se mai ci fosse una persona eccezionale, qualcuno con delle idee fuori del comune, con un qualche progetto che non fosse quello di imbonire tutti promettendo felicità, quel qualcuno non verrebbe mai eletto. Il voto dei più non lo avrebbe mai.”

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Libri: Chi manda le onde

Quando ripensiamo al passato, alle canzoni che ci hanno fatto sognare, alle pellicole che ci hanno fatto emozionare fino alle lacrime, diciamo, con un po’ di nostalgia nella voce: La mia canzone dell’estate 2015, oppure vi ricordate quel film dell’estate 2015, quanto ci ha fatto ridere? Ecco, quando un giorno mi chiederanno di eleggere il mio libro dell’estate che sta finendo lentamente, potrò rispondere, senza alcuna esitazione: Chi manda le onde, di Fabio Genovesi.

Quanto tutti parlano di un libro, ci sono due casi: o è davvero così bello, oppure .. oppure.. no. Di solito non mi lascio conquistare così facilmente, spesso e volentieri ho atteso molto prima di leggere un libro in voga al momento. Ma quando c’è dentro di te una voce che continua a spingerti verso un determinato titolo, ed è così insistente che non puoi proprio schiacciarla come se fosse una mosca, non ti resta altro che arrenderti. Le strade sono due, o ti conquisterà, oppure..beh, sapete già, no? Dire che il libro di Fabio Genovesi, che tra l’altro non conoscevo proprio visto che gli autori italiani non sono un mio forte, mi ha conquistato è riduttivo. Preferisco dire che mi ha dato una vera gioia e un raro privilegio a conoscere e passare del tempo prezioso in compagnia di quell’essere così speciale, come Luna, e dei suoi amici.

Siamo a Versilia, la meta tanto ambita dai ricchi russi che si danno da fare per conquistarla al suon di banconote contate. Il mare con le sue onde perfette ci avvolge e ci culla mentre ci sta raccontando la storia di Luna, una bambina albina che vede poco però ci fa conoscere il suo mondo visto dagli occhi di immaginazione che condivide con la mamma Serena, solo di nome e meno in vita di ogni giorno, e con il fratello surfista, Luca, bello e amato da tutti, soprattutto dalle ragazzine del paese. C’è poi, Sandro, un insegnante d’inglese, un precario con una vita poco regolare e incasinata, resa più vivace e divertente grazie agli amici di sempre, Rambo e Marino che nonostante la loro non più giovane età si sentono dei ragazzi eterni. C’è il nonno Ferruccio, un ex bagnino perennemente in guerra con il nemico russo, un po’ ruvido ma con un cuore d’oro che fa di tutto per nascondere e che si scioglie, seppur non volendo, in presenza di quel nipote acquisito, che sua figlia ha preso in affido dopo il disastro di Chernobyl ma che ha “parcheggiato” dal padre perché si occupasse di lui. Zot, il bambino russo, più che altro bambino soltanto di statura e di età ma di fatto un essere grande, si direbbe anche vecchio nell’animo, considerando almeno i suoi gusti musicali. È molto affezionato a Luna, alla quale sta sempre vicino, soprattutto nei momenti difficili che la vita purtroppo non risparmia ai piccoli. E poi ci sono le onde, le onde che riportano a gala i messaggi nascosti o creati apposta per dare un messaggio che altrimenti non si può esprimere a parole, per paura, per sentirsi in colpa. Le onde che parlano ai grandi e ai piccini uniti nell’abbraccio della stessa onda perfetta che può portare dolore ma anche far guarire l’animo ferito.

Scritto con chiarezza e un linguaggio diretto, aperto, forse più adatto ai giovani, e con un pizzico d’ironia che non guasta mai. È un libro che sa farti ridere ma anche emozionare. Un paio di volte, ammetto, mi è scesa anche qualche lacrimuccia. Se con Serena, Luna e Luca è stato spesso un tufo al cuore, con Sandro, Marino e Rambo è stato un viaggio al limite tra il surreale e il ridicolo. Il personaggio che di più mi è piaciuto, oltre a Luna che ho amato alla follia ed è quella che sicuramente più mi manca, è stato il nonno Ferruccio, che ha saputo conquistarmi lentamente.

Perché ho amato così tanto questo libro di Genovesi? Perché l’ho trovato molto di vita reale, perché raccontato con la bocca delle persone che avremmo potuto benissimo conoscere. Ma soprattutto perché un libro che sa emozionarmi non può essere che bello. Dirvi che lo consiglio è davvero superfluo.

“La vita è un temporale, è una burrasca. È una tempesta di schiaffi, con dentro, ogni tanto, per sbaglio, una carezza.” Parola di nonno Ferruccio. “L’importante è però non abituarsi mai a questi schiaffi. Non giungere al punto in cui il nostro viso diventa insensibile, perché poi quando arriva quella carezza meravigliosa, ecco, dobbiamo sentirla bene e godercela fino in fondo.” Saggezza di Zot.

Libri: Dimmi che credi al destino

Chi mi conosce bene, sa che per farmi felice basta davvero poco. Un buon libro, un sorriso, il dolce che non può mancare, stare in compagnia con gli amici. Poche cose ma che hanno un significato importante per me. Di recente ho ricevuto in dono, da un’amica conosciuta proprio grazie alla passione condivisa per la lettura, un libro davvero speciale, non solo per il suo contenuto quanto per l’emozionante dedica che porterò sempre nel mio cuore (Oltre a quella dell’autore, una sorpresa graditissima).

Non avevo mai letto nulla di Luca Bianchini, seppur possedendo alcuni suoi romanzi, aspettando, forse, il momento giusto per fare la sua conoscenza.  Ma quando un’amica ti regala proprio il suo “Dimmi che credi al destino”, libro con una copertina che vagamente mi ricordava un palazzo di Trento, che per giorni ti sta guardando dal comodino e ti invita a prenderlo, non puoi fare altro che rispondere alla sua chiamata. Infatti, non ho resistito. L’ho letto nel giro di pochi giorni.

Un buon scrittore si riconosce dalla capacità di farti entrare nel suo mondo, lasciandoti il giusto spazio e il tempo per ambientarti, ma soprattutto per avvicinarti lentamente ai personaggi e farteli amare, anche quelli che magari ti stavano antipatici, salvo, poi, scoprire che avete persino delle cose in comune. In questi giorni Luca mi ha preso per la mano e mi ha fatto conoscere una Londra che ho sempre detestato un po’ anche se non ci ho mai messo piede, una città a portata di mano di tutti, che sa conquistarti poco a poco con il proprio ritmo, le proprie luci abbaglianti che accolgono ogni anima in pena, ogni profugo d’amore dandogli la possibilità di iniziare una nuova vita.

La storia gira intorno all’Italian Bookshop, un luogo che è davvero un must per tutti coloro in visita a Londra che amano libri e la cultura italiana, ma dove possono trovare tutti, anche e soprattutto i londinesi, un calore e una simpatia unici. A gestire la libreria è Ornella, una signora veronese con un passato tanto doloroso quanto ingombrante che continua a perseguitarla e di cui peso non è così facile liberarsi. Ad aiutarla c’è Clara, una vedova italiana ma più british di tutti i britannici messi insieme, che al buon caffè preferisce una tazza di tè e le cui giornate girano intorno al suo gatto, un amico immaginario al quale sempre ricorre quando sta male. In un momento critico per la libreria, il cui vendite sono calate e il proprietario del locale da alla donna due mesi per risolvere la situazione, arrivano i rinforzi dall’Italia e dal vicino negozio di barbiere. La Patti, storica amica milanese di Ornella, un personaggio colorito che mi è piaciuto molto per la sua filosofia della vita, e Diego, un ragazzo napoletano in fuga a Londra dove cerca di lenire le ferite d’amore.

Una storia con tante storie dentro che in un giro di valzer inglese ci fa capire che la vita va vissuta, nonostante i momenti neri che possono oscurarla. Va vissuta e va combattuta, come una vera guerra al quale ha fatto parte Mr. George, l’amico delle tante passeggiate di Ornella con cui è così facile confidarsi e ricevere i giusti consigli. Il passato va affrontato, anche se fa ancora male perché solo così si può stare in pace con se stessi e vivere il presente che non è un tunnel senza uscita ma un cielo pieno di stelle che ci illumina la strada verso la felicità. Dobbiamo solo saper attendere, con pazienza, e affidarci al destino che prima o poi ci sorprende, facendoci capire che aver paura non serve e che bisogna buttarsi e farsi portare dalla corrente. Bisogna credere, a noi stessi, all’amore, quello capace di farti dimenticare ogni male e avere di nuovo  fiducia nell’altro, al destino.

Bernard: “Tu ci credi al destino?” Ornella: “Dimmi prima cos’è il destino?” Bernard: “Il destino è quella porta socchiusa da cui ogni tanto puoi sbirciare. E allora capisci che nulla avviene per caso e che tutto ha un senso, anche quando sembra non averlo.”

E, quando un libro ti conquista dalla prima all’ultima pagina, puoi solo dire: quanto l’ho amato! Voto: da uno al cinque, massimo. Se anche voi credete al destino, tanto o poco che basta, fatevi un giro a Londra con Ornella e amici dell’Italian Bookshop, sapranno sorprendervi.

Libri: E le stelle non stanno a guardare

Borgo Propizio, un luogo incantevole, con dei cittadini favolosi che conquistano ogni lettore, chi per la propria ironia, chi per la propria bravura, chi per proprie imprese eroiche. C’è chi sa prendere il lettore per la gola, chi per la parola scritta e grande popolarità. A Borgo Propizio, un antico e piuttosto movimentato borgo, non ci si annoia mai. Se nel primo libro, Borgo Propizio appunto, a movimentare piuttosto spenta la vita cittadina ci ha pensato una giovane donna di nome Belinda, proprietaria dell’ormai famosa latteria Fatti mandare dalla mamma, che onora il gran musicante tanto amato dalla sua zia Letizia, una vedova piuttosto brillante e simpatica; a tenere occupato il lettore nel suo seguito, E le stelle non stanno a guardare, ci pensa il sindaco, Felice, di nome e di fatto, Rondinella e l’assessore alla cultura Tranquillo, che poi tranquillo non è,  Conforti, intenti a organizzare nell’antico borgo un festival letterario la cui organizzazione aspetta a una giovane donna, Ornella.

“E le stelle non stanno a guardare” ci fa conoscere meglio l’incantevole Borgo Propizio, che abbiamo imparato ad amare, soprattutto per i suoi personaggi divertenti ed ironici, con la prima parte della saga. Non nascondo che è stato molto bello ritrovare i vecchi amici, come le sorelle Marietta e Mariolina sempre in rapporto conflittuale tra l’odio e l’affetto, la brava ma piuttosto acida lattaia Belinda, la maga di dolci capace di farti provare un’atmosfera unica pregustando le sue prelibatezze sfornate con la tazza di buon latte di gusto speciale, la sua sempre amabile zia Letizia, il personaggio che ho amato tantissimo prima e per la quale l’affetto è ancora cresciuto man mano che giravo le pagine. Ci sono, poi, tantissime new entry, come la forestiera Antonia che porta con se un bagaglio troppo pesante per la sua anima ma che riuscirà a trovare la pace tanto ambita tra le mura propiziesi, un giallista affascinante, Rocco Rubino, amato soprattutto da donne, che Ornella, incaricata da professor Conforti inviterà da far da star all’evento spaziale sotto il buon auspicio del cielo stellato, un giovane chef, Chicco (che nome buffo dal quale cerca di staccarsi facendo la battaglia con tutti, sua madre in primis, per farsi chiamare con il nome di battesimo, Francesco).

Ho ritrovato, tra le pagine del secondo capitolo della saga, lo stile conosciuto dell’autrice, la sua spiccata ironia e il sapere di avvolgere il lettore nel caldo abbraccio di un luogo perso nel tempo che non può che conquistarti al punto di sentirti, quasi, di essere un cittadino onorario di Borgo Propizio.  Uno di loro, insomma. Però, c’è un però e non posso evitarlo, ho trovato il libro, nonostante la sua indiscutibile piacevolezza, a volte molto pesante e poco entusiasmante. Sarà che lo leggevo dopo una serie di libri che hanno fatto un forte impatto su di me, dei quali ve ne parlerò in seguito, però non mi ha dato quel che forse aspettavo dal momento in cui iniziai la lettura. Troppe storie in una, un finale seppur carino troppo veloce. C’erano dei passaggi troppo descrittivi, dettagliati al punto di esasperarmi a volte, che mi facevano arenare e deporre il libro per un po’. Stancante ogni tanto, che andavo avanti più per dover arrivare ad un certo punto alla fine e non perché fossi rapita a tal punto di aver la voglia sfrenata di non lasciarmi perdere nessun passaggio. Ho preferito molto di più il primo libro, che mi aveva conquistato con la maggior forza, con più passione. Ciò nonostante, lo considerò comunque un romanzo carino, piacevole, da 3/5, e lo consiglio perché è un luogo di fantasia che vale la pena visitare per assaporare quell’atmosfera vintage che non lascia indifferenti.

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