Libri: Le sette sorelle

Quando, tempo fa, in libreria comprai il suo “Il giardino degli incontri segreti”, non potevo nemmeno immaginare che da lì a breve mi sarei innamorata a prima lettura dello stile dell’autrice, la scrittrice irlandese Lucinda Riley. Dopo questo romanzo, uscito per la Giunti nel 2012, fu la volta de “Il profumo della rosa di mezzanotte” (comprato l’anno scorso ma non ancora letto), e infine, “Le sette sorelle”, il primo di una serie di romanzi che mi ha accompagnato a settembre.

Pa’ Salt, un uomo enigmatico, di cui passato si sa poco o niente, vive in un bellissimo castello di nome Atlantis sul lago di Ginevra con Maia, una delle sei figlie che ha adottato da piccole, raccogliendole da ogni angolo della terra e dando a ciascuna di loro il nome di una stella delle Pleiadi, la sua costellazione preferita. Mentre Maia è in viaggio a Londra, e le altre in giro per il mondo, Marina, la governante, avvisa la giovane della scomparsa dell’amato padre. Riunitesi tutte nella casa paterna, le giovani scoprono un testamento piuttosto singolare: una sfera armillare contenente le coordinate e i messaggi per ciascuna di loro. La prima ad intraprendere il viaggio in ricerca delle proprie origini sarà proprio Maia, bella e timida, con un passato troppo doloroso sulle spalle che ritorna a perseguitarla.

Da Ginevra a Rio de Janeiro tra le cui viuzze la sua vita si intreccerà con quella dell’affascinante scrittore Floriano, Maia non solo scoprirà i segreti della città che l’ha vista nascere ma si imbatterà, anche, in una straordinaria storia d’amore tra la sua antenata Isabela, dalla quale ha ereditato una bellezza incantevole, e l’artista parigino Laurent. Un amore di quelli destinati a vivere per l’eternità, che conquista il lettore e lo catapulta con la sua magia in una Parigi del sapore bohémienne degli anni 20 e una Rio frenetica nel pieno fervore per la costruzione della statua del Cristo Redentore.

“Non lasciare mai che la paura decide del tuo destino”, recita il messaggio che Pa’ Salta dedica a Maia, e lei lo seguirà alla lettera. Sconfiggendo i propri timori seguirà il suo cuore in una appassionata ricerca del suo passato, indissolubilmente legato a quello di Isabella Bonifacio, detta Bel, che passo a passo coinvolge il lettore grazie alla maestosa penna di Lucinda Riley.

È solo il primo di sette libri, ma, la storia di Maia, che in apertura ci fa conoscere un po’ tutte le stelle di Pa’ Salt, con il suo pathos crescente riesce a coinvolgere già dalle prime pagine. La scrittrice con destrezza guida i lettori in un piacevole ed emozionante viaggio all’indietro nel tempo, intrecciando abilmente i fili del presente e del passato, della storia e della finzione letteraria.

Una lettura scorrevole e piacevole, coinvolgente quanto basta, che non può che appassionare ma anche emozionare. Aspettando  con impazienza l’uscita del secondo libro, porterò con me, nell’angolo remoto del cuore in cui convivono già tantissimi ed amati personaggi di libri che ho letto nel corso degli anni, Maia, che con il suo coraggio e la sua curiosità ha saputo farsi apprezzare. Voto: 4/5

Libri: Purgatorio

Emilia Dupuy, poco più di sessant’anni, in esilio in una cittadina americana, non ha mai smesso di cercare Simón, marito, che trent’anni prima ha perso le sue tracce in seguito all’arresto dei militari. Erano gli anni neri per il suo paese d’origine, Argentina, in cui ogni  giorno sparivano migliaia di persone. Uomini, donne, bambini. Desaparecidos, tutti, come Simón che un giorno, tre decenni dopo, riappare in un caffè, a pochi tavoli da quello di Emilia, che al sentire la voce del marito, rimane sorpresa, quasi incredula che un momento che aspettava da una vita fosse finalmente arrivato.

Trent’anni, lunghi, di una ricerca senza sosta di quello che era e che non sarebbe tornato mai più, con nel cuore un sentimento forte, duraturo, per l’uomo che nonostante la lontananza faceva battere il suo cuore ogni giorno con la stessa intensità. Da Buenos Aires a Rio, da Rio a Caracas, fino agli Stati Uniti, convinta che prima o poi l’avrebbe ritrovato. Una ricerca incessante di Simón e di se stessa che aveva perso in quell’inferno argentino che l’aveva portata a quasi annullarsi per il volere di quel padre tiranno, freddo e calcolatore che l’unica a cui teneva era la patria, perfetta ai suoi e agli occhi dell’Anguilla (Videla visto dallo scrittore) e i suoi compari militari che, appoggiati dalla chiesa rappresentata dal personaggio dell’ordinario, seminavano il terrore giustificando la loro ingiusta quanto terribile crociata contro un nemico invisibile dal sapore sovversivo.

Dal paradiso di un matrimonio da poco celebrato all’inferno per una sparizione senza ritorno che non è facile accettare nonostante le prove e tante testimonianza durante il processo contro militari, passando per il purgatorio, dove nulla è così come sembra, in cui la realtà si mescola sapientemente con la finzione, e risucchia il lettore in uno spazio senza tempo, pieno di ombre e oscurità che solo un sentimento sincero che niente e nessuno riesce a sconfiggere può illuminare.

Emotivo, doloroso, profondo, l’ultimo romanzo dello scrittore e giornalista argentino Tomás Eloy Martínez, pubblicato nel 2008 e arrivato in Italia grazie alla casa editrice Sur, è un racconto reale seppur romanzato di episodi storici che non bisogna dimenticare e che dovrebbero avere più voce, per rendere giustizia non soltanto a tutte quelle persone sparite nel nulla ma soprattutto per le tante nonne di Plaza Mayo che come Emilia sognano ancora di abbracciare i loro nipoti sottratti con violenza ed inganno. Bello, coinvolgente, da leggere. Voto: massimo

“A quei tempi le persone sparivano a migliaia, senza ragione apparente. Sparivano ambasciatori, amanti di capitani e ammiragli, proprietari di imprese che facevano gola ai generali. Sparivano operai all’uscita dalla fabbrica, contadini che lasciavano i trattori col motore acceso, morti che erano stati sepolti il giorno prima e le cui tombe venivano trovate vuote. Sparivano bambini dal ventre delle madri e sparivano madri dalla memoria dei figli. Alcuni ammalati che arrivavano in ospedale a mezzanotte, la mattina dopo non c’erano più. Capitava spesso che dai supermercati uscissero donne disperate, in cerca dei figli perduti tra i buchi neri degli scaffali. Alcuni, pochi, sarebbero riapparsi molti anni dopo, ma non erano gli stessi. Avevano altri nomi, altri genitori, e una storia che non era più la loro. E non sparivano solo le persone: fiumi, laghi, stazioni ferroviarie, città mezzo costruite svanivano nell’aria come se non fossero mai esistiti. Il saccheggio di quello che non c’era più e di quello che avrebbe potuto esserci non aveva mai fine.”

Libri: La luna e il falò

Dicono che sia il libro più bello dell’autore. Che fosse il più bello o meno, per poter giudicare, avrei dovuto leggere le altre opere dello scrittore, che fino a pochi giorni fa, purtroppo, conoscevo soltanto di fama. Quello, però, che posso dire con certezza che La luna e il falò mi è piaciuto molto, seppur, agli inizi, ho faticato un po’ per entrare in sintonia con la scrittura di Pavese.

Nostalgico, poetico, profondo, La luna e il falò ripercorre il racconto di Anguilla, un trovatello cresciuto dai poveri contadini in cambio di un assegno. Da giovane ha lasciato l’Italia, si è rifatto una vita in America e a cinquant’anni anni torna in patria. È un uomo vissuto ora, con alle spalle le importanti esperienze che lo hanno reso ricco fuori ma anche povero dentro, soprattutto emotivamente. Era partito perché l’esigenza di andarsene era da sempre presente, come desiderio di vedere cosa c’era fuori dai confini del paese in cui era cresciuto, dettata anche dal determinato contesto storico e politico del momento. Al ritorno lo aspettano le sue amate colline, i paesi che lo hanno visto crescere, e un infanzia ormai seppellita tra le ceneri di un passato che torna prepotentemente con i ricordi, volti sbiaditi, sorrisi e le notte di un pianoforte; gli odori, i sapori, le parole, i pensieri. Lo aspettano i vecchi del paese, che lo guardano ora con degli occhi diversi, con rispetto che merita. Ci sono anche amici, ai quali da il volto un musicista, di nome Nuto, con il quale riscopre il sapore di una vita ormai andata come è andata non solo per lui ma soprattutto per le tre figlie di sor Matteo, l’uomo che lo ha adottato. È un constante intrecciarsi del presente e del passato, in una ricerca di proprio sé di un uomo che non ha ancora, nonostante tutto, dato un senso alla propria esistenza.

Ho appezzato molto il personaggio di Anguilla, per il suo modo di essere. Mi sono spesso e volentieri rivista in lui, ricordando, anche, le ragioni che, a mia volta, mi avevano spinto a lasciare il mio paese d’origine. Sono stata molto colpita dai ragionamenti che faceva la voce narrante, Anguilla, sia da giovane che da uomo. Mi piaceva soprattutto il suo essere attento al mondo che lo circondava. È stato un viaggio letterario bello, emotivo, conquistatore, un viaggio da fare, o rifare, un viaggio che sveglia un sentimento nostalgico, forte e duraturo, di quello che c’era e non ci sarà mai più.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Voto 4/5

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