Premio Letterario La Giara 2016

Scrivere, non ricordo il giorno esatto in cui mi innamorai di questo affascinante mestiere, ma oggi, a trent’anni suonati, ho la consapevolezza che è l’unica cosa nella vita che mi rende veramente felice. Sono me stessa soprattutto quando scrivo, gioco con le parole, le plasmo al mio piacimento, fino a creare un mondo tutto mio.

Il primo concorso, al quale partecipai, aveva come tema protezione dell’ambiente e il mio racconto, scritto alle elementari, aveva sbaragliato tutta la concorrenza, facendomi addirittura vincere al livello regionale. Avevo 8 anni, o giù da lì, però non mi rendevo ancora conto. La scrittura era soltanto un gioco meraviglioso, nulla di più, nulla di meno.

A liceo linguistico, a rendersi conto del mio talento e a credere in me, fu la mia professoressa di letteratura. Sotto la sua guida scrissi le prime poesie, i primi racconti brevi. Sempre grazie a lei cominciai a collaborare con il giornale scolastico. Peccato che un certo bombardamento della Serbia, del 1999, distrusse il suo sogno di vedermi iscritta alla facoltà di lettere. Spinta da un forte desiderio di evadere da una realtà che mi opprimeva, buttando all’aria tutte le sue aspettative, mi ero iscritta invece alla Facoltà di Scienze Diplomatiche a Gorizia, in Italia, uno di paesi, ironia della sorte, che ci aveva bombardato.

Scrittura, però, non mi lasciava in pace, anche se la consideravo un semplice hobby. Sarà stata la nostalgia, un forte dolore e tanta rabbia dentro, un po’ per necessità, un po’ per gioco, avevo iniziato a scrivere il mio primo romanzo, Il virus balcanico. Ci ho lavorato per otto anni. Nel 2009 una piccola casa editrice serba decise di pubblicarlo. Avrebbe dovuto essere una grande gioia per me, invece, invece mi aveva messo in una forte crisi esistenziale. Abbandonai la scrittura. La quasi detestai. La scrittrice in me sparì, per fare il posto alla giornalista. Non poteva, però, rimanere all’ombra per sempre.

La scrittrice in me si svegliò di colpo in una notte buia dello scorso autunno. Una notte insonne, in cui bastò vedere una pubblicità, quella per il Premio Letterario La Giara appunto, per tornare a vivere e credere nei sogni. La mattina dopo accesi il portatile e cercai il file del mio primo romanzo in italiano, o almeno la base di esso che avevo cominciato a costruire nel 2010. Avevo scritto pochi capitoli, che ho abbandonato troppo presto per colpa di poca fiducia nelle mie capacità linguistiche e fondamentalmente in me stessa. Decisi di rispolverarlo e per tre mesi non feci altro che scrivere. Fu un processo lungo che mi ha permesso di crescere, come donna e come professionista, grazie anche ad un’amica insegnante d’italiano che mi aiutava correggendo le bozze. Soprattutto fu una vera e propria sfida con me stessa che avevo vinto già in partenza riuscendo ad inviare il mio romanzo “L’identità velata”, alla sede regionale della RAI, giusto in tempo.

Lo scorso 21 aprile, quando tra i nomi dei semifinalisti regionali, pubblicati sulla pagina Facebook del premio, vidi anche il mio, il corre si fermò a battere per alcuni lunghissimi istanti. Ce l’avevo fatta! Sono tanto felice, da non poterlo esprimere a parole. Ringrazio la commissione regionale del Trentino per avermi dato la fiducia e soprattutto per aver apprezzato il mio romanzo. Ovunque mi portasse la seconda tappa del concorso, la fase nazionale, la mia battaglia l’ho già vinta. Sono tornata a credere in me stessa e nei miei sogni. La scrittrice è rinata e sono certa che vivrà in me fino alla fine, fino all’ultimo respiro.

 

Giornata Mondiale del libro

Leggere, è una grande passione, coltivata sin dalla tenera età, quando, per un compleanno, mi regalarono una bellissima raccolta delle favole di Disney. Ogni notte, la mamma mi leggeva un racconto diverso però ben presto le fu chiaro che la sua bambina avrebbe amato e apprezzato soprattutto uno, l’immancabile e l’adorabile: Lilly e Vagabondo.

Leggere, da quando appresi le lettere di entrambi gli alfabeti, quello cirillico e quello latino, è stato sempre inalienabile parte di me. A scuola, ci facevano scoprire ogni anno le diverse letture, che non solo arricchivano il vocabolario della bambina ma mi facevano scoprire un mondo nuovo di fantasia e parole incrociate. Ogni dicembre, per il compleanno, gli amici e i compagni di scuola mi regalavano libri, un dono molto appezzato anche dalla donna di oggi.

La mia vita senza libri sarebbe stata diversa, sicuramente più triste e più vuota. Sono stati i miei inseparabili amici, che mi hanno fatto compagnia soprattutto nei momenti tristi e bui e lo saranno sempre. Non potrei immaginare la mia esistenza senza la parola scritta, la stessa che mi ha fatto scoprire un’altra importante passione, grazie alla quale nel 2009 ho dato alla luce il mio primo romanzo in Serbia: Il virus balcanico.

Oggi, in tutto il mondo i nostri cuori battono all’unisono e nel ritmo del fruscio di pagine. A chi legge, ogni giorno, ogni mese, ogni istante. A chi scrive, come me, seguendo i sogni da realizare. Buona Giornata Mondiale del libro e dei diritti d’autore.

 

Ricordi: 01.04.1999

Ci sono ricordi che, seppur uno facesse di tutto per dimenticare, rimango impressi nella memoria per sempre. Il mio, anche se non può che portare a galla un dolore immenso mai del tutto assopito, è proprio uno di quelli e di anni sono passati tantissimi. Diciassette per esattezza.

La primavera del 1999 è stata una delle peggiori della mia vita. Aveva iniziato molto male, quel maledetto 24. marzo di sera, con i primi aerei che sorvolavano la città e la sirena antiaerea che segnalò l’inizio di quell’incubo che molti, me inclusa, non credevano avrebbe mai avuto inizio. All’epoca ero una diciannovenne lontana da casa e da tre vivevo insieme ad altre tre ragazze che frequentavano il mio stesso liceo, situato in una cittadina della Vojvodina (la provincia serba al nord all’incirca 270 km dalla mia città natale Kraljevo) che si chiama Sremski Karlovci. Le mie coinquiline non hanno tardato di tornare a casa loro, due il giorno stesso dell’inizio del bombardamento della Serbia, una la mattina seguente. Il paese era nel caos più totale, la benzina non c’era e il suo prezzo era salito alle stelle  e il mio papà attendeva il momento migliore per venirmi a prendere. Non si fidava di farmi prendere l’autobus, vista la lunghezza del viaggio. Così sono rimasta lì, insieme alla nostra padrona di casa e le sue figlie, due studentesse universitarie, e i loro parenti con due bimbi piccoli che si erano rifugiati temporaneamente nella casa perché l’edificio in cui vivevano a Novi Sad era sotto tiro costantemente essendo troppo vicino a un punto strategico ovvero una raffineria di petrolio.

I giorni erano scanditi dalle brutte notizie, una paura che non mi abbandonava mai, e dal sorriso dei bambini che nonostante tutto avevano bisogno di una certa normalità. Una mattina, il sole splendeva e sembrava vi fosse nell’aria una calma pazzesca, quasi un giorno come tutti. I ragazzi non ce la facevano a stare chiusi dentro e decidemmo, vista l’assenza della sirena, di uscire e fare due passi fuori. Ci incamminammo verso uno spazio verde vicino, il famoso giardino botanico cittadino, quando all’improvviso vidi avvicinarsi un uomo in tuta militare e con fucile. Mi chiese con un tono autoritario dove stessimo andando, e mi sgridò per essermi permessa di uscire da casa con i bimbi. Mi disse di tornare subito indietro, che se scattava la antiaerea sarei stata molto lontana e che il suo compito era di proteggere i cittadini dagli aggressori. Dopo i bombardamenti, quando iniziò la scuola, lo rividi. Mi chiese scusa per avermi trattata male all’epoca, io avevo persino scordato l’episodio, e spiegò al suo superiore l’accaduto. Durante i 3 mesi di bombardamenti il mio liceo aveva ospitato la caserma di Novi Sad e i militari erano venuti a scuola per un evento, credo semplicemente per ringraziare dell’ospitalità, ma non ricordo con precisione.

Il momento peggiore, però, fu un altro e accadde esattamente 17 anni fa. La mattina presto del primo aprile, a una settimana dall’inizio degli attacchi aerei. Stavamo dormendo, al primo piano la padrona di casa e i suoi parenti, al secondo le sue figlie e io insieme ai bambini. Non ricordo ora ma ricordo di essermi svegliata con soprassalto. La casa si moveva e sentivo Sandra, la figlia maggiore della signora, che urlava: Predi i bambini e scendete alla svelta. Corri, corri! In quella confusione cercai di togliermi le pantofole a forma di cane di peluche e mettermi le scarpe ma lei mi ammonì dicendomi di lasciar perdere. Uscendo avevo visto il cielo in mille colori, sotto i piedi le scale si muovevano. Era come se un potente tornado si fosse abbattuto sulla casa. Ci nascondemmo sotto, nella cantina. Eravamo tutti in pigiama, tremanti come delle foglie al vento. Tutto d’un tratto mancò prima la luce e poi anche acqua. Non capivamo cos’era successo, presagivamo solo che non fosse nulla di buono. Scoprimmo la verità solo alcune ore dopo, quando venne un nostro vicino, un cameraman della tv Novi Sad. Disse che le bombe avevano distrutto il ponte che ci collegava a Novi Sad, dalla Fortezza di Petrovaradin. Cominciai a piangere. L’avevo attraversato camminando, riflettendomi nel Danubio, tante di quelle volte. Innumerevoli. Fu un dolore immenso. Mi sentivo derubata di miei ricordi, della mia intimità. Fu la mattina più brutta della mia vita.

Poche ore dopo arrivò finalmente mio papà e tornammo a casa. Un viaggio lungo, che ricordo per diversi check point militari e tanta, enorme, tristezza nel cuore. Anche se sono passati i lunghi 17 anni, i ricordi sono ancora vividi. Non potevo non condividerli con voi.

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