Ricordi: 01.04.1999

Ci sono ricordi che, seppur uno facesse di tutto per dimenticare, rimango impressi nella memoria per sempre. Il mio, anche se non può che portare a galla un dolore immenso mai del tutto assopito, è proprio uno di quelli e di anni sono passati tantissimi. Diciassette per esattezza.

La primavera del 1999 è stata una delle peggiori della mia vita. Aveva iniziato molto male, quel maledetto 24. marzo di sera, con i primi aerei che sorvolavano la città e la sirena antiaerea che segnalò l’inizio di quell’incubo che molti, me inclusa, non credevano avrebbe mai avuto inizio. All’epoca ero una diciannovenne lontana da casa e da tre vivevo insieme ad altre tre ragazze che frequentavano il mio stesso liceo, situato in una cittadina della Vojvodina (la provincia serba al nord all’incirca 270 km dalla mia città natale Kraljevo) che si chiama Sremski Karlovci. Le mie coinquiline non hanno tardato di tornare a casa loro, due il giorno stesso dell’inizio del bombardamento della Serbia, una la mattina seguente. Il paese era nel caos più totale, la benzina non c’era e il suo prezzo era salito alle stelle  e il mio papà attendeva il momento migliore per venirmi a prendere. Non si fidava di farmi prendere l’autobus, vista la lunghezza del viaggio. Così sono rimasta lì, insieme alla nostra padrona di casa e le sue figlie, due studentesse universitarie, e i loro parenti con due bimbi piccoli che si erano rifugiati temporaneamente nella casa perché l’edificio in cui vivevano a Novi Sad era sotto tiro costantemente essendo troppo vicino a un punto strategico ovvero una raffineria di petrolio.

I giorni erano scanditi dalle brutte notizie, una paura che non mi abbandonava mai, e dal sorriso dei bambini che nonostante tutto avevano bisogno di una certa normalità. Una mattina, il sole splendeva e sembrava vi fosse nell’aria una calma pazzesca, quasi un giorno come tutti. I ragazzi non ce la facevano a stare chiusi dentro e decidemmo, vista l’assenza della sirena, di uscire e fare due passi fuori. Ci incamminammo verso uno spazio verde vicino, il famoso giardino botanico cittadino, quando all’improvviso vidi avvicinarsi un uomo in tuta militare e con fucile. Mi chiese con un tono autoritario dove stessimo andando, e mi sgridò per essermi permessa di uscire da casa con i bimbi. Mi disse di tornare subito indietro, che se scattava la antiaerea sarei stata molto lontana e che il suo compito era di proteggere i cittadini dagli aggressori. Dopo i bombardamenti, quando iniziò la scuola, lo rividi. Mi chiese scusa per avermi trattata male all’epoca, io avevo persino scordato l’episodio, e spiegò al suo superiore l’accaduto. Durante i 3 mesi di bombardamenti il mio liceo aveva ospitato la caserma di Novi Sad e i militari erano venuti a scuola per un evento, credo semplicemente per ringraziare dell’ospitalità, ma non ricordo con precisione.

Il momento peggiore, però, fu un altro e accadde esattamente 17 anni fa. La mattina presto del primo aprile, a una settimana dall’inizio degli attacchi aerei. Stavamo dormendo, al primo piano la padrona di casa e i suoi parenti, al secondo le sue figlie e io insieme ai bambini. Non ricordo ora ma ricordo di essermi svegliata con soprassalto. La casa si moveva e sentivo Sandra, la figlia maggiore della signora, che urlava: Predi i bambini e scendete alla svelta. Corri, corri! In quella confusione cercai di togliermi le pantofole a forma di cane di peluche e mettermi le scarpe ma lei mi ammonì dicendomi di lasciar perdere. Uscendo avevo visto il cielo in mille colori, sotto i piedi le scale si muovevano. Era come se un potente tornado si fosse abbattuto sulla casa. Ci nascondemmo sotto, nella cantina. Eravamo tutti in pigiama, tremanti come delle foglie al vento. Tutto d’un tratto mancò prima la luce e poi anche acqua. Non capivamo cos’era successo, presagivamo solo che non fosse nulla di buono. Scoprimmo la verità solo alcune ore dopo, quando venne un nostro vicino, un cameraman della tv Novi Sad. Disse che le bombe avevano distrutto il ponte che ci collegava a Novi Sad, dalla Fortezza di Petrovaradin. Cominciai a piangere. L’avevo attraversato camminando, riflettendomi nel Danubio, tante di quelle volte. Innumerevoli. Fu un dolore immenso. Mi sentivo derubata di miei ricordi, della mia intimità. Fu la mattina più brutta della mia vita.

Poche ore dopo arrivò finalmente mio papà e tornammo a casa. Un viaggio lungo, che ricordo per diversi check point militari e tanta, enorme, tristezza nel cuore. Anche se sono passati i lunghi 17 anni, i ricordi sono ancora vividi. Non potevo non condividerli con voi.

Buon anno

È passato così tanto tempo, dall’ultimo post. No, non era la mia intenzione smettere di scrivere. In realtà, ho scritto molto negli ultimi mesi. Ho finito di comporre il mio secondo libro, il primo in italiano, giusto in tempo per partecipare al concorso “La Giara”. Non mi pare ancora vero! Che Dio me la mandi buona!

Non ho solo scritto, si intende. Ho anche letto, molto meno però di quanto avessi voluto. Presto, promesso, pubblicherò le nuove recensioni, che rimangono il fiore all’occhiello di questo spazio letterario e non solo.

Buon anno, cari lettori, e cari amici blogger. Che sia un ciclo di 365 giorni all’insegna di serenità e pace, pieno di cose belle e tanti sogni da realizzare. Che ogni giorno possa regalarvi le emozioni uniche, sia attraverso i nuovi incontri sia attraverso una nuova lettura appassionante. Che ogni desiderio possa diventare realtà.

Tanti auguri a tutti! Buon 2016!

 

 

A te.. donna

A tutte le donne, nonne, mamme, zie, amiche, sorelle, cugine, a donne conosciute e meno note, a quelle che rendono la vita più bella con la loro saggezza e il loro infinito e incondizionato amore, un abbraccio affettuoso, d’amore e di rispetto per quello che sono e non perché festeggiate e omaggiate perché la loro festa!

Essere una donna, oggi, non è solo ricevere regali costosi e domani, magari, le botte e gli insulti, magari anche per una banalità.. essere una donna, oggi, e non solo ma sempre, è sentirsi amata, rispettata, valorizzata per quello che è.. con tutte le sfumature, con tutte le sue debolezze e i suoi punti forti.

Essere una donna, oggi, nel mondo sempre più crudele, sempre più violento, è combattere, per avere gli stessi diritti che dovrebbero essere concessi a prescindere. Combattere per mantenere intatta la propria dignità, il proprio pensiero, senza essere giudicata e condannata. Combattere per il proprio io, la propria opinione, senza essere zittita e messa ai margini di un mondo comandato a bacchetta dagli uomini padroni.

A te..donna.. ovunque tu sia.. che ogni giorno tu possa vivere senza rinunciare a te stessa, ai tuoi sogni, per nessuno e niente al mondo. A tutte le donne coraggiose che hanno saputo dire basta spezzando le catene ….

“Non sei più tornata
Sei stata di parola
Non ti sei fermata
Con il vento sei volata via da quel che non è giusto
Questo vento non avrà padrone, non avrà governo
Questo vento senza nome attraverserà l’inverno…”

Addio 2014

Tutto sommato, se guardo indietro, non sei stato cattivo con me.. È vero, mi hai fatto spesso piangere, arrabbiare da morire, ma abbiamo anche riso, eppure tanto, come due buoni, vecchi amici. Abbiamo litigato, certo, e più per colpa tua che mia anche se, in fin dei conti, che vita sarebbe se andasse sempre tutto liscio, no? Mi hai sferrato dei colpi duri, che erano difficili da accettare. Ricordi aprile, quanto ho pianto quando se n’era andata senza che potessi dirle addio! E quanto mi sentivo in colpa per questo! Per non parlare di tutti quei mesi a fare le visite di controllo senza che arrivasse l’ultima, definitiva. La sto aspettando ancora sai. Potresti dire al tuo amico che ti sostituirà a mezzanotte di occuparsi della faccenda. Sai che non sono un tipo paziente. Mi conosci ormai bene.

Non è stata una passeggiata sopportarti per lunghissimi 365 giorni, concorderai con me. Però alla fine, non sei stato proprio di pessima compagnia. Abbiamo anche gioito insieme. Sei stato tu a riportarmi a casa dopo tanti anni di assenza. Anche se è durato brevemente, rivedere le persone amate ha scaldato il mio cuore. Con te al mio fianco ho ricominciato persino a lavorare al nuovo romanzo. Ho ripreso il mio lavoro di giornalista dopo una lunga pausa. In un certo senso con te ho ritrovato anche me stessa, quella che avevo perso negli ultimi tempi. Ti ricorderò anche per tante di quelle parole, dette, scritte o lette, parole che emozionano, fanno sorridere e crescere come persona ma anche come professionista. Ti ricorderò per tanti libri letti, una quarantina, delle letture folli ma belli che come l’ancora di salvezza mi hanno tirato su in momenti di sconforto e smarrimento totale. Ti ricorderò per via delle amicizie, vecchie e nuove, le amicizie che non ti aspetti ma belle, importanti, che uniscono nonostante la lontananza fisica. Ti ricorderò, sì, ma non ti illudere che mi mancherai. Mi mancherà soltanto una persona, che nonostante siano passati mesi da quando me l’hai portata via rimane con me per sempre.

Non so come sarà il tuo successore, mi lascerò sorprendere come sempre. Assicurati però che sappia sorridere perché così posso sperare che andremo d’accordo.

Addio vecchio mio 2014.. Gennaio non correre, ormai sei alle porte….

Buon Natale

Il bello di questi 14 anni lontano da casa è di poter avere quasi sempre le doppie feste.. una il 25 dicembre, quel Natale d’adozione che è diventato parte integrante di me.. e quella di inizio di gennaio, il 7 per esattezza, il Natale ortodosso, quello festeggiato sin dalla nascita.. Ma sempre il Natale è… Non ci vuole molto per rendere un giorno come questo perfetto.. famiglia, relax, e qualche buon libro. Ovunque voi siate cari lettori, vi auguro buon e sereno Natale. Auguri!

merrychristmas

Belonefobia

Toc-toc. Una. Due. Tre volte. Entra. Non chiede nemmeno il permesso, come farebbe qualsiasi persona educata. Si siede alle mie spalle. Restiamo in silenzio, per alcuni secondi che mi sembrano un’eternità. Sto per parlare ma non riesco. La voce non si degna di uscire dalla mia bocca, che resta chiusa come se fosse cucita con qualche filo invisibile. Poi lo sconosciuto tossisce. Una. Due. Più volte. Cerca di attirare la mia attenzione. Ma non ottiene che un altro sospiro, lungo. Lunghissimo.

“Che ci fai qui sola soletta?” Domanda. “Da chi o cosa stai scappando?” Prosegue l’interrogatorio. L’imputato, la sottoscritta, resta muta.

“Soffro. Di Belonefobia.” Esce un piagnucolio dalla mia bocca. Sono io? Sì, dev’essere così. Sono STATA io.

“Cos’è?” Chiede la voce dietro di me, ridacchiando.

“Ignorante. Non sai cos’è Belonefobia?” Dico con più sicurezza nella voce, e ritrovata serenità.

“Paura di Belen?” Ride, di gusto. Cominciamo bene. Mi prende pure in giro.

“Paura di aghi, stupido.” Replico seccata.

“Alla tua età hai paura di aghi? Vergognati!” Esclama lo straniero.

Perché? Può capitare a chiunque, e a qualsiasi età avere paura. Di aghi, poi, sembra anche una fobia abbastanza comune.

“Alla mia età, che vuol dire? Mi dai della vecchia?”

“Ma no – risponde – semplicemente dico che, con l’età, crescendo, uno dovrebbe riuscire a dominare certe paure. Non avevi prima anche paura di volare? Adesso, se non erro, adori viaggiare in aereo.”

È vero. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile convincermi di salire in aereo. Ma come fa a saperlo?

“So tante altre cose di te, ma non è momento per parlarne. Devi fare un bel respiro, lo stai facendo?”

“Sì. Sto respirando profondamente. E adesso?”

“Adesso pensa al positivo. Domani andrà tutto bene.Dillo!”

Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Alla fine, è solo un prelievo di sangue, no? Un prelievo di routine. Che può succedere?

“Andrà tutto bene. Un corno! Ho paura, hai capito. P-a-u-r-a!”

Silenzio.

Silenzio.

“Dove sei? Non senti che ti sto dicendo?!”

Nessuna risposta.

Non è che adesso ti vuoi mettere a parlare da sola, vero? Perché, prima non eri tu? E se non eri tu, chi era?

“Domani andrà tutto bene.”

Se non eri tu, era sicuramente qualcuno che ti conosce bene.

Domani andrà tutto bene. Ha ragione, lo straniero. Le paure vanno sconfitte. Giusto?

Al diavolo con Belen.. Belon.. Belonefobia.. chi sarà mai?

Addio Rossana

Oggi ci sei, domani non più. Da ieri che ho saputo la triste notizia della scomparsa di Rossana Fontanari, operatrice dell’Associazione Trentino Balcani di Trento dove per un periodo ho fatto volontariato, non riesco a pensare d’altro.

Domenica sera Rossana, aveva soltanto 33 anni, è stata uccisa da un pirata della strada che non si è nemmeno fermato a soccorrerla. Un pirata della strada, a quanto pare, di 90 anni, una signora, che sostiene di non essersene nemmeno accorta.

Tralasciando il fatto che bisognerebbe, a mio modesto parere, rivedere le condizioni in cui si rilascia la patente a una certa età, e che la storia, che racconta, sembra piuttosto inverosimile, è naturale che qualcuno possa pensare che la signora forse stia coprendo qualcuno. Resta però la certezza che una giovane donna purtroppo non c’è più e niente ora può farla tornare in vita, nemmeno una dichiarazione spontanea di presunta colpevolezza. Se la signora, premesso che sia stata davvero lei al volante, si fosse fermata a soccorrere Rossana, forse le cose sarebbero andate diversamente. Dico forse, ma forse anche no.

Ora resta la tristezza, che si mescola alla rabbia, al forte sentimento di ingiustizia e il costante chiedersi se fosse possibile che uno perda la vita in un modo così assurdo. Può succedere lo so, è la vita, ma fa male pensare che uno della tua età possa andarsene in questo modo. Resta la tristezza sì, ma anche molti ricordi di Rossana che mi accompagnano in queste ore.

La vita, dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in Studi Est-Europei con l’accento sull’area Balcanica, per un gioco strano del destino mi aveva allontanato dall’ambito di studi. Un romanzo pubblicato mi aveva portato sulla strada di giornalismo e quando nell’autunno 2012 avevo deciso di ritrovare le mie radici non solo empiriche, per così dire, ma soprattutto quelle legate alla mia terra di nascita, sono arrivata all’Associazione Trentino Balcani in veste di volontaria.

Tra le mura dell’allora sede in via Milano ho conosciuto Rossana, che seguiva l’area di  memoria. Quando andavo in ufficio, tre volte a settimana, in mattinata, mi sedevo alla scrivania proprio accanto di quella di Rossana. Sono ore che i ricordi di quei mesi affiorano nella mia mente e trovano strada fino al cuore. Nove mesi, il tempo in cui ho condiviso la stanza con Rossana, non sono stati pochi. Mi sembra quasi di sentire la sua voce quando faceva le video conferenze con i Balcani. O quando semplicemente capitava di farci due chiacchiere sulla mia terra d’origine e la città in cui sono nata, Kraljevo, dove Trentino Balcani ha una sede. Era lei che incontravo per prima al mio arrivo la mattina.

Rossana era una giovane donna che si dedicava con passione al suo lavoro, ed era una cosa che mi colpiva sempre. Intelligente, preparata, disponibile, mi è venuta incontro ogni tal volta avessi avuto bisogno di aiuto. E questo non si scorda, come non dimenticherò il suo sorriso, la sua modestia e soprattutto la sua sensibilità ed immenso amore per quei Balcani sofferenti e la sua gente per la quale ha fatto tanto in tutti questi anni.

Addio Rossana. Sono felice d’averti incontrata sulla mia strada. Ovunque tu sia ora, spero che riposi in pace.

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