Belonefobia

Toc-toc. Una. Due. Tre volte. Entra. Non chiede nemmeno il permesso, come farebbe qualsiasi persona educata. Si siede alle mie spalle. Restiamo in silenzio, per alcuni secondi che mi sembrano un’eternità. Sto per parlare ma non riesco. La voce non si degna di uscire dalla mia bocca, che resta chiusa come se fosse cucita con qualche filo invisibile. Poi lo sconosciuto tossisce. Una. Due. Più volte. Cerca di attirare la mia attenzione. Ma non ottiene che un altro sospiro, lungo. Lunghissimo.

“Che ci fai qui sola soletta?” Domanda. “Da chi o cosa stai scappando?” Prosegue l’interrogatorio. L’imputato, la sottoscritta, resta muta.

“Soffro. Di Belonefobia.” Esce un piagnucolio dalla mia bocca. Sono io? Sì, dev’essere così. Sono STATA io.

“Cos’è?” Chiede la voce dietro di me, ridacchiando.

“Ignorante. Non sai cos’è Belonefobia?” Dico con più sicurezza nella voce, e ritrovata serenità.

“Paura di Belen?” Ride, di gusto. Cominciamo bene. Mi prende pure in giro.

“Paura di aghi, stupido.” Replico seccata.

“Alla tua età hai paura di aghi? Vergognati!” Esclama lo straniero.

Perché? Può capitare a chiunque, e a qualsiasi età avere paura. Di aghi, poi, sembra anche una fobia abbastanza comune.

“Alla mia età, che vuol dire? Mi dai della vecchia?”

“Ma no – risponde – semplicemente dico che, con l’età, crescendo, uno dovrebbe riuscire a dominare certe paure. Non avevi prima anche paura di volare? Adesso, se non erro, adori viaggiare in aereo.”

È vero. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impossibile convincermi di salire in aereo. Ma come fa a saperlo?

“So tante altre cose di te, ma non è momento per parlarne. Devi fare un bel respiro, lo stai facendo?”

“Sì. Sto respirando profondamente. E adesso?”

“Adesso pensa al positivo. Domani andrà tutto bene.Dillo!”

Andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Alla fine, è solo un prelievo di sangue, no? Un prelievo di routine. Che può succedere?

“Andrà tutto bene. Un corno! Ho paura, hai capito. P-a-u-r-a!”

Silenzio.

Silenzio.

“Dove sei? Non senti che ti sto dicendo?!”

Nessuna risposta.

Non è che adesso ti vuoi mettere a parlare da sola, vero? Perché, prima non eri tu? E se non eri tu, chi era?

“Domani andrà tutto bene.”

Se non eri tu, era sicuramente qualcuno che ti conosce bene.

Domani andrà tutto bene. Ha ragione, lo straniero. Le paure vanno sconfitte. Giusto?

Al diavolo con Belen.. Belon.. Belonefobia.. chi sarà mai?

Ricominciare a vivere

A volte non stai bene, con te stesso, con degli altri, con il mondo che ti circonda. Quello di cui hai bisogno, in questi momenti nefasti, è isolarti, stare per conto tuo ed elaborare il tutto (qualunque cosa sia questo tutto).

Non siamo tutti uguali, ognuno è fatto a modo proprio. Ognuno porta il proprio vestito creato alla sua stessa  immagine, che lo rispecchia bene per quello che è, sia dentro che fuori. Ad esempio ci sono quelli che quando stanno male preferiscono trovare la via d’uscita, senza coinvolgere amici o parenti. Si isolano, appunto, aspettando che passi la tempesta. Sbagliato o giusto che sia ma può succedere.

 

DONNA AL MARE

È un po’ quello che è successo in quest’anno a una donna che a un certo punto si è sentita smarrita, persa. Alle parole di un dottore, simpatico ma sempre un dottore, di dover stare a riposo forzato, onde di evitare un possibile intervento chirurgico, non ha visto più quello che era, né vedeva in sé quella forza che la faceva andare sempre avanti. Semplicemente stava male. Punto. Tanto male che nemmeno si è accorta che certe persone “amiche” si stavano approfittando del suo star male per farla precipitare sempre più in basso, facendole credere le cose che non erano vere, ma che lei, già indebolita per i fatti suoi, con il tempo aveva acquisito come che si acquisisce una seconda pelle. Aveva cominciato a dubitare di se stessa, facendo cadere in un pozzo nero e profondo tutte le sue sicurezze. Credeva che la colpa fosse soprattutto, anzi sicuramente, sua e di nessun altro. Quello sbagliata era lei non l’altra persona amica.

Arriva, però il momento (arriva sempre, bisogna saper attendere con pazienza) in cui si comincia a ragionare, a vedere con i propri occhi il proprio riflesso nello specchio della vita e ci si accorge di non riconoscersi più. Il momento di dire basta e ricominciare a vivere cercando di trovare la strada verso casa. Verso noi stessi. È la strada che la donna sta per intraprendere. L’incantesimo della strega si è spezzato una volta per tutte. E lei è contenta. No, non contenta. FELICE! Spera che la sua nuova forza ritrovata possa perdurare nel tempo. Per momento averla ritrovata le basta.

L’incontro delle anime vaganti

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La notte buia e fredda avvolgeva la città come un mantello. La campana dell’antico monastero francescano salutò con 12 rintocchi l’arrivo del nuovo giorno mentre una giovane donna, capelli lunghi, neri e spettinati, attraversava a passo svelto e decisivo la piazzetta incurante degli occhi grandi e blu scuri come cielo che la seguivano con interesse.

La ragazza si girava di continuo come se si fosse accorta della presenza dell’uomo misterioso i cui occhi, nascosti nella penombra del palazzo di fronte, non si staccavano da lei nemmeno per un secondo. Erano legati da un filo invisibile ma presente, distanti e nello stesso tempo vicini l’uno all’altra.

La straniera scappava – ma da chi o cosa – l’uomo non smetteva di chiederselo. Lui era capace di riconoscere un evaso da qualsiasi distanza. Qualcosa nei movimenti della sconosciuta gli diceva di essere simili, non tanto nell’aspetto, lei era molto più bella, quanto nell’anima. Entrambi correvano, non conoscendo la meta, né quando e dove la loro corsa sarebbe finita.

Lei continuava con i suoi giri e lui la seguiva dalla distanza di sicurezza. Sembrava che danzasse un ballo nuovo, allegro oppure triste, non sapeva come descrivere al meglio i passi disconnessi della ragazza. La sua gonna rosso scarlatto svolazzava nell’aria. La leggera brezza del vento estivo scompigliava i suoi capelli disordinati.

Di improvviso si era girata nella sua direzione, lasciando che il chiarore della luna le illuminasse il viso. Anche i suoi occhi neri brillavano, di gioia, felicità e di un pizzico di follia, la stessa che lui conosceva molto bene. La stessa pazzia che lo aveva spinto di uscire dal nascondiglio e di raggiungerla.

Di un tratto era lì, a pochi passi da lei. I loro sguardi interrogatori e furiosi si stavano intrecciando, come le loro storie di vita. Due personaggi distinti, lo stesso destino. Destino di chi una casa non ce l’ha, né un luogo in cui essere al sicuro. Il destino di due persone che fuggono per ritrovarsi. Sulla stessa strada, nella stessa piazza, nel cuore della notte, fredda e buia, illuminata da un faro della luna sorridente a due fuggitivi e un cane.

La donna non l’aveva subito notato. Era concentrata sullo straniero dagli occhi blu come cielo di quella notte che la fissava. Come aveva osato di interromperla nella sua danza disarmonica con la quale salutava il mondo? Voleva fargli mille domande ma il silenzio era calato come un sipario pesante tra i due fuggiaschi. Si dicevano tutto e niente soltanto con gli occhi scintillanti dalla compressione, dalla rabbia e dal reciproco riconoscimento. Un legame appena nato sotto gli occhi di un testimone a quattro zampe che per sigillarlo cominciò ad abbaiare in segno di approvazione.

Lo straniero dal mantello nero che sembrava essere uscito da qualche film western, accompagnato dal cane di piccola taglia, sempre di colore nero,e la sconosciuta con la gonna rossa da ballerina di flamenco. I due fuggitivi in ricerca di se stessi che una notte della mezzaluna ha visto riunire finalmente le proprie anime come scritto dal destino.

Tu, tu che adesso osservi la stessa luna, ci credi nel destino?

Sogno d’inverno

Getto uno sguardo veloce al calendario appeso al muro. Siamo già a metà dicembre. Quest’anno è proprio volato! Il profumo d’inverno rinfresca l’aria. È una giornata fredda ma soleggiata. Da restare sotto le coperte e pensare a cose belle, a coloro che non ci sono però la loro presenza si sente in tutta la casa.

Con le feste alle porte divento maledettamente nostalgica ed è una sensazione piacevole nonostante quel pizzico di dolore che vibra nell’anima e mi ricorda te. Noi. Vorrei averti in questa stanza colorata e calda che non hai mai visto, solo nelle foto che ti mandavo sporadicamente. Avrei da dirti tante cose importanti che come un nodo marino duro da sciogliere mi si sono bloccate nella gola. Tante emozioni miste mi pervadono in questa mattinata pigra che voglio passare a letto sognando.

Chiudo gli occhi e mi sembra di essere lì, in quella casa in montagna accogliente e scaldata dal fuoco ardente del camino tra cui mura spesse nacque mio padre. La casa alla quale sono legati molti ricordi della mia infanzia ormai giace vuota dalla morte di nonno e da quando, seguendo la volontà dei tuoi figli, te ne sei andata anche tu spostandoti in città che non ti piace tanto.

Ti manca l’aria di montagna, lo so. Il tuo bel giardino famoso in tutto il villaggio per  le sue bellissime rose rosse, il mio fiore preferito, che coltivavi con tanta passione e amore.  I tuoi cani e i gatti che ti facevano compagnia quando ti sentivi sola. Ti manca essere indipendente, fare le cose come meglio credevi, senza dover rendere conto a nessuno, sennò a tuo marito, che voleva sempre avere controllo su tutto. Soprattutto su di te. Ormai quella vita l’hai perduta, completamente, anche se i frammenti di ricordi piacevoli affiorano di tanto in tanto davanti ai tuoi occhi e allora sei felice.

È da tanto che non ci vediamo, che non trovo il rifugio tra le tue braccia lunghe e magre che da bambina mi davano quella sicurezza sempre desiderata e non così spesso ricevuta. Vorrei poterti vedere, parlarti, confidarmi con te ma, la vita a volte è così ingiusta, non c’è il modo che il mio desiderio venga esaudito. Almeno per il momento. Siamo lontane. Ore ed ore di viaggio in macchina, attraversando i diversi confini, ci separano. Anche se potessi raggiungerti, e credimi se potessi lo farei, so di certo, e la cosa non mi fa piacere, che non troverei la stessa donna.

Posso però incontrarti nei ricordi, su quella nuvola delle forme buffe, mille chilometri a sinistra dalla nostra stella. Sono sicura che anche tu, se chiudi gli occhi abbastanza forte, la vedi. Brilla più di tutte le altre stelle ed è luogo in cui potremmo sempre incontrarci. Sarà il nostro posto segreto negli anni e nei secoli a venire.  Il nostro posto che cerco con tutta me stessa di raggiungere ora.

Chiudo gli occhi e sogno. Non costa nulla sognare, almeno così so che in bel mezzo di questa siesta invernale apparirai tu. Inverno, quella stagione dura e fredda che più di trent’anni fa ti portò tra le braccia, per la prima volta, la bambina di occhi blu, cambiati quasi subito in marrone scuro, e cappelli ricci e neri che amasti così tanto. Quando sapesti che per un gioco strano di destino la bambina non poteva camminare, i tuoi occhi neri e grandi si riempirono di tristezza e di una strana luce. Non potevi arrenderti. Accendevi ogni sera una candela e pregavi, in silenzio, dentro di te. Essere religiosi era proibito nel tuo, nel nostro paese, soprattutto con un marito membro del partito comunista. E quando, dopo aver compiuto quattro anni, la bambina fece i primi passi da sola, il tuo cuore si riempì di felicità. Era inverno anche allora, un freddo inverno balcanico che non dimenticasti mai.

Quanti inverni passammo insieme! Il Natale senza di te non ha lo stesso sapore, lo stesso profumo. È un Natale triste, soprattutto quest’anno, il primo anno in cui non ti ricorderai di farci auguri. Io il biglietto, a casa della zia, te l’ho mandato come sempre. Vorrei poter dire che te ne accorgerai ma ormai, è solo una speranza, dicono che muore per l’ultima, che il mio più grande sogno possa avverarsi. Ti sei persino dimenticata di farmi auguri per il mio compleanno. Non è mai successo prima d’ora. Ma prima la vita era diversa. TU eri diversa.

Non è colpa tua, lo so. Non è colpa di nessuno. E quella maledetta malattia che si è impossessata di te, dei tuoi ricordi più cari e vivi. Non so se sono più triste o arrabbiata. Tranquilla, non ce l’ho con te. Ce l’ho con me stessa per essere stata lontana negli ultimi anni e non essere riuscita a fare qualcosa per te, perché non ti dimenticassi.

È così confrontante trovarti qui, in questa casa piena di ricordi d’infanzia che in una sequenza da film mi passano davanti agli occhi. Sei seduta sulla sedia a dondola che da bambina adoravo, intenta a fare i lavori a maglia che dici è un tuo regalo per me. “Ti starà benissimo”, dici con sorriso, “girati di schiena che vediamo come ti sta. Forse è un po’ largo. Sei dimagrita o mi sbaglio?” Trovi anche del tempo per sgridarmi. Non sei arrabbiata sul serio. Anzi, ti stai divertendo a criticarmi. È il tuo sacrosanto diritto da nonna. Il verbo mangiare non può mancare nei tuoi discorsi. “Mangi abbastanza, tesoro? Non mi sembra.” Ti conosco bene, forse troppo.

“Nonna, ti andrebbe di venire via con me?” È l’unica cosa sensata che riesco a dire in questo momento.  Fai un cenno con la testa in segno di approvazione. Ti prendo per la manina, fredda e tremante. Fuori ci aspetta un treno inesistente per gli altri ma noi lo prendiamo spesso quando quella nostalgia struggente ci ruba l’anima e si impossessa del nostro cuore.

Passando per la nostra nuvoletta e stella a cui ho dato il tuo nome, come in realtà si chiami non saprei, l’astronomia non è mai stata il mio forte, arriviamo nella mia città. Si chiama Trento. È bella, so che la troverai deliziosa. Ha le stesse montagne come da noi, sarà per questo che mi sono da subito trovata a casa qui. Purtroppo tu non ci sei mai venuta a trovarci in Italia. Dicevi sempre che era un lungo viaggio, stancante per una signora di una certa età. Avevi pure paura di volare e vediti ora, voli via con me.

Sognare non costa nulla, dicono. Ci si può ritrovare con chiunque, e in qualsiasi luogo. Nel sogno si è sempre felici, allegri. Vedi come sorridi, adesso. Sei splendida in quel vestito di lana che ti regalai, qualche tempo fa, al ritorno dal viaggio in Russia. Cerchi di non farmelo notare ma io vedo quel luccichio nei tuoi occhi umidi. Sei emozionata, esattamente come me, ma testarda come sei, e in questo siamo uguali, fai di tutto per nascondere le lacrime che esprimono la gioia che provi. Hai paura che ci mettiamo a piangere. Tranquilla, sono impaurita anch’io. Vorrei avvicinarmi a te, stringerti forte, forte, ma quando apro gli occhi ci sarai ancora? Temo di no. Trovo che sia meglio non rischiare. Ti ho appena ritrovato. Rimango a due passi da te e ti osservo. Quanto sei bella, nonnina mia!

Ti prendo sottobraccio e ci incamminiamo verso, non so neppure io dove ci porteranno i nostri piedi, una meta qualsiasi. C’è così tanto da vedere nella mia nuova città! Ti guardi intorno. “È bello qui. L’aria di montagna mi fa tornare in mente molte cose. Ultimamente non succede, sai? Le cose più che altro le perdo. Mi fa sentire a casa.” Dici sorridendo. È la musica per le mie orecchie. Vederti così, lucida come un tempo fa, con la voglia di chiacchierare, scalda il mio cuore. Sapere che ti stai perdendo nei labirinti della mente, che perdi me, noi, mi addolora, eppure molto.

Non voglio però che tu diventa triste. Almeno per un momento felice posso pretendere che vada tutto bene. Sono giorni di festa, godiamoceli. Ti porto a vedere i mercatini natalizi, sono sicura che quel chiassoso via e vai della gente ti farà sentire viva, giovane. Sapessi, poi, come si mangia bene! Stasera non penserò alle calorie, ti prometto. Vedere la tua nipote un po’ più in carne non può che farti piacere.

Devi vedere anche la casa in cui viviamo ora. La disposizione delle stanze è molto simile a quella del nostro appartamento serbo. Sul muro nel soggiorno sono appese le foto di famiglia. C’è una in particolare, a cui tengo tanto, scattata in occasione delle vacanze in Grecia nell’ormai lontanissimo 1986. Mamma, papà, io e te sulla spiaggia, sorridenti e felici. Quel ricordo c’è ancora vivo anche in te, lo vedo nei tuoi occhi, nascosto in qualche cassetto della memoria, blooccato che non riesci ad aprire ma io so che esiste. Erano tempi diversi, forse più felici. Peccato che non possano ritornare. Cosa non darei per poter rivivere quegli attimi di pura felicità e spensieratezza insieme a te. So che anche per te è lo stesso. Mi stringi la mano nel segno della comprensione. Ci siamo capite al volo. Come sempre.

“Sveglia, dormigliona! So che è domenica ma non vuol dire che puoi rimanere a letto tutto il giorno!” La voce di mia madre accompagnata da quella carezza lieve sul viso che sempre mi piace ma oggi è un tocco che mi fa rabbrividire. “Mamma, sei una vera guastafeste!” Grido alzandomi di scatto. “Non volevo svegliarmi! Ora se n’è andata per colpa tua!” Sbuffo arrabbiata. “Chi?” Mi domanda ma non sono proprio in vena di chiacchierare. Avrei avuto così tante cose da dire alla nonna! E ora lei non c’è più. “La nonna. Ho incontrato la nonna, è stato bellissimo averla qui!” Replico sorridendo. “Se n’è andata.”  Aggiungo con la voce tremante. Non posso e non voglio nascondere la mia tristezza. “Puoi sempre chiamarla.” Dice la mamma abbracciandomi. Potrei, con speranza che almeno oggi riesca a riconoscermi.

Sogni d’inverno. Ti coccolano, ti danno un momento di felicità. Peccato che durino poco. Io, però, non mollo, ci riprovo anche stanotte. Devo farti vedere ancora tante cose! Aspettami sulla nostra nuvola buffa, mille chilometri a sinistra dalla stella più brillante che porta il tuo nome. Ci sarò lì ad aspettarti, nonnina mia bella.

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