Libri: Una famiglia quasi perfetta

Quanto mi piace iniziare l’anno nuovo con uno sconsiglio letterario! Eh, già, non mi capita spesso ma succede. A volte, nonostante tutta la buona volontà che uno possiede, persino un libro in voga al momento si può rivelare una vera e propria delusione.

Ho acquistato qualche mese fa, sulla scia di passaparola e alcuni commenti entusiasti, “Una famiglia quasi perfetta” di Jane Shemilt. Non arrivava però mai il suo turno. Essendo un thriller, così almeno era etichettato, aspettavo le ferie o i semplici momenti di relax per leggerlo. Armata di buoni propositi, ho iniziato la lettura ai primi di gennaio.

Pagina dopo pagina, mi sono trovata in mezzo di un dramma familiare molto coinvolgente e complesso. La storia porta il lettore in Inghilterra a conoscere una famiglia all’apparenza normale. Jenny e Ted, sono due medici stimati, con tre figli nell’età adolescenziale. Un lavoro appagante, che spesso li tiene lontano dagli affetti. Una bella casa. Un cane. Una famiglia a prima vista perfetta, almeno così sembra a Jenny fino a quando un fatto tragico non sconvolgerà la sua e la vita di ognuno di protagonisti. Una notte la figlia più piccola, Naomi, non rientra a casa. ii.Sparisce nel nulla. Dov’è? Chi l’ha portata via e dove? Tutto d’un tratto la perfetta ed armoniosa vita di Jenny si sgretola in un attimo. Convinta che qualcuno abbia fatto male alla ragazza, si mette sulle sue tracce, cercando gli indizi che potrebbero portare a Naomi. La bella, giovane e ribelle Naomi che più passa tempo si rende conto di non conoscere proprio.

Il racconto alterna due periodi: il presente, un anno dalla scomparsa irrisolta, e il passato, dal primo giorno, in cui Naomi saluta la madre prima di andare a una presentazione teatrale di cui è la protagonista, in poi. Non so se è stata la scelta azzeccata, a volte ci si perdeva nel seguire la storia. A tratti, alcuni passaggi, li ho trovati molto noiosi. I personaggi sono descritti bene, soprattuto nel profilo psicologico. Le emozioni sono palpabili; le angosce di genitori che non riescono a capire dove avevano sbagliato e non fanno che incolparsi a vicenda, i dubbi, le paure, i problemi adolescenziali che vivono i tre ragazzi. Vista la professione dell’autrice, non sorprende che i personaggi di due grandi medici siano descritti con dovizia di particolari, a mio avviso persino troppo dettagliati.

Eppure, c’era qualcosa in questo romanzo che non mi convinceva fino in fondo. Troppi fatti messi insieme, troppe analisi ma nessuna certezza. Nessuna logica. La scrittura, certo, è fluida, comprensibile. La struttura, anche se un po’ strana, spesso mi dava impressione di leggere una storia leggermente scombinata, non proprio attrattiva per una lettrice, come me, che si aspettava forse di più, molto di più. Una storia che sì ci fa setacciare nei minimi particolari la vita della coppia e dei ragazzi, ma non risponde alla domanda principale: cos’è successo veramente a Nomi la notte della sua scomparsa? Per non parlare del finale, troppo frettoloso, troppo aperto o poco veramente conclusivo. Nonostante, però, tutto, è anche un finale che mi è piaciuto, che ha saputo persino e inaspettatamente emozionarmi. Non credo che lo leggerei adesso, se potessi tornare indietro. I libri sono fatti per essere letti ma anche per restarci dentro nel tempo e “Una famiglia quasi perfetta”, purtroppo, non è uno di questi.

Chissà, a qualcuno piacerà. Qualcuno che l’ha già letto e apprezzato, sicuramente sarà in disaccordo con me. Pazienza o come si suol dire ‘De gustibus’. Non posso dire che mi sia piaciuto, ma nemmeno che sia un libro così brutto. C’è senza ombra di dubbio di peggio. Il mio voto, come al solito su una scala da uno a cinque, due e mezza.

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Libri: Le sette sorelle

Quando, tempo fa, in libreria comprai il suo “Il giardino degli incontri segreti”, non potevo nemmeno immaginare che da lì a breve mi sarei innamorata a prima lettura dello stile dell’autrice, la scrittrice irlandese Lucinda Riley. Dopo questo romanzo, uscito per la Giunti nel 2012, fu la volta de “Il profumo della rosa di mezzanotte” (comprato l’anno scorso ma non ancora letto), e infine, “Le sette sorelle”, il primo di una serie di romanzi che mi ha accompagnato a settembre.

Pa’ Salt, un uomo enigmatico, di cui passato si sa poco o niente, vive in un bellissimo castello di nome Atlantis sul lago di Ginevra con Maia, una delle sei figlie che ha adottato da piccole, raccogliendole da ogni angolo della terra e dando a ciascuna di loro il nome di una stella delle Pleiadi, la sua costellazione preferita. Mentre Maia è in viaggio a Londra, e le altre in giro per il mondo, Marina, la governante, avvisa la giovane della scomparsa dell’amato padre. Riunitesi tutte nella casa paterna, le giovani scoprono un testamento piuttosto singolare: una sfera armillare contenente le coordinate e i messaggi per ciascuna di loro. La prima ad intraprendere il viaggio in ricerca delle proprie origini sarà proprio Maia, bella e timida, con un passato troppo doloroso sulle spalle che ritorna a perseguitarla.

Da Ginevra a Rio de Janeiro tra le cui viuzze la sua vita si intreccerà con quella dell’affascinante scrittore Floriano, Maia non solo scoprirà i segreti della città che l’ha vista nascere ma si imbatterà, anche, in una straordinaria storia d’amore tra la sua antenata Isabela, dalla quale ha ereditato una bellezza incantevole, e l’artista parigino Laurent. Un amore di quelli destinati a vivere per l’eternità, che conquista il lettore e lo catapulta con la sua magia in una Parigi del sapore bohémienne degli anni 20 e una Rio frenetica nel pieno fervore per la costruzione della statua del Cristo Redentore.

“Non lasciare mai che la paura decide del tuo destino”, recita il messaggio che Pa’ Salta dedica a Maia, e lei lo seguirà alla lettera. Sconfiggendo i propri timori seguirà il suo cuore in una appassionata ricerca del suo passato, indissolubilmente legato a quello di Isabella Bonifacio, detta Bel, che passo a passo coinvolge il lettore grazie alla maestosa penna di Lucinda Riley.

È solo il primo di sette libri, ma, la storia di Maia, che in apertura ci fa conoscere un po’ tutte le stelle di Pa’ Salt, con il suo pathos crescente riesce a coinvolgere già dalle prime pagine. La scrittrice con destrezza guida i lettori in un piacevole ed emozionante viaggio all’indietro nel tempo, intrecciando abilmente i fili del presente e del passato, della storia e della finzione letteraria.

Una lettura scorrevole e piacevole, coinvolgente quanto basta, che non può che appassionare ma anche emozionare. Aspettando  con impazienza l’uscita del secondo libro, porterò con me, nell’angolo remoto del cuore in cui convivono già tantissimi ed amati personaggi di libri che ho letto nel corso degli anni, Maia, che con il suo coraggio e la sua curiosità ha saputo farsi apprezzare. Voto: 4/5

Libri: La luna e il falò

Dicono che sia il libro più bello dell’autore. Che fosse il più bello o meno, per poter giudicare, avrei dovuto leggere le altre opere dello scrittore, che fino a pochi giorni fa, purtroppo, conoscevo soltanto di fama. Quello, però, che posso dire con certezza che La luna e il falò mi è piaciuto molto, seppur, agli inizi, ho faticato un po’ per entrare in sintonia con la scrittura di Pavese.

Nostalgico, poetico, profondo, La luna e il falò ripercorre il racconto di Anguilla, un trovatello cresciuto dai poveri contadini in cambio di un assegno. Da giovane ha lasciato l’Italia, si è rifatto una vita in America e a cinquant’anni anni torna in patria. È un uomo vissuto ora, con alle spalle le importanti esperienze che lo hanno reso ricco fuori ma anche povero dentro, soprattutto emotivamente. Era partito perché l’esigenza di andarsene era da sempre presente, come desiderio di vedere cosa c’era fuori dai confini del paese in cui era cresciuto, dettata anche dal determinato contesto storico e politico del momento. Al ritorno lo aspettano le sue amate colline, i paesi che lo hanno visto crescere, e un infanzia ormai seppellita tra le ceneri di un passato che torna prepotentemente con i ricordi, volti sbiaditi, sorrisi e le notte di un pianoforte; gli odori, i sapori, le parole, i pensieri. Lo aspettano i vecchi del paese, che lo guardano ora con degli occhi diversi, con rispetto che merita. Ci sono anche amici, ai quali da il volto un musicista, di nome Nuto, con il quale riscopre il sapore di una vita ormai andata come è andata non solo per lui ma soprattutto per le tre figlie di sor Matteo, l’uomo che lo ha adottato. È un constante intrecciarsi del presente e del passato, in una ricerca di proprio sé di un uomo che non ha ancora, nonostante tutto, dato un senso alla propria esistenza.

Ho appezzato molto il personaggio di Anguilla, per il suo modo di essere. Mi sono spesso e volentieri rivista in lui, ricordando, anche, le ragioni che, a mia volta, mi avevano spinto a lasciare il mio paese d’origine. Sono stata molto colpita dai ragionamenti che faceva la voce narrante, Anguilla, sia da giovane che da uomo. Mi piaceva soprattutto il suo essere attento al mondo che lo circondava. È stato un viaggio letterario bello, emotivo, conquistatore, un viaggio da fare, o rifare, un viaggio che sveglia un sentimento nostalgico, forte e duraturo, di quello che c’era e non ci sarà mai più.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Voto 4/5

Libri: L’esame

Ci sono autori che vanno scoperti e letti ma che, per una ragione o l’altra, non incrociano il nostro cammino. Un po’ come successo a me con Julio Cortázar, ci giravo intorno per anni e ogni volta ci sfuggivamo a vicenda. Lo scorso anno, la mia attenzione fu captata da un titolo particolare: L’esame. Leggendo l’incipit, la mia curiosità è venuta fuori e senza nemmeno pensarci più di tanto, ho deciso di acquistarlo. Mi aspettava pazientemente, certo che presto mi sarei decisa di iniziare la lettura e qualche settimana fa mi ha preso per la mano portandomi in una Buenos Aires assurda e misteriosa che ha conquistato tutti i miei sensi.

L’esame è il secondo romanzo dello scrittore argentino naturalizzato francese, composto nel 1950 che però poté vedere la luce del sole soltanto nel 1987, a causa del suo contenuto che anticipava (in)consciamente gli avvenimenti storico-politici che scossero il paese sudamericano a partire degli anni cinquanta. Come lettrice, camminando per quella Buenos Aires misteriosa e al contempo surreale, immersa in un caos totale sulle strade cittadine che emanavano l’odore di paura e insicurezza, non potevo che pensare ai vari regimi dittatoriali che dal peronismo in poi hanno tenuto in scacco matto un intero paese.

La storia gira intorno a una copia, Juan e Clara, e i loro amici, alla vigilia del loro ultimo esame universitario che passeranno girovagando per una Buenos Aires cupa e avvolta nel mantello grigio della nebbia che opprime la città. Tra le varie discussioni intellettuali, le bevute per combattere il caldo soffocante, passa la notte in una capitale che lentamente cade a pezzi, non solo dal punto di vista strutturale, come le strade che iniziano a creparsi o i palazzi che mostrano i primi cedimenti, ma soprattutto dal punto di vista morale, con i primi posti di blocco e gli scontri con le forze dell’ordine. È un clima pesante, deprimente, che pian piano comincia a influenzare i protagonisti, che cominciano a dare i primi segni di allucinazioni dovuti non solo alla stanchezza e la tensione che lentamente si scioglie, ma anche a un inquietante ombra che segue ogni loro passo e in cui contorni riescono a individuare un loro vecchio amico, Abel.

Non riuscivo sempre a seguire la storia con attenzione, perdendomi spesso nei numerosi dialoghi tra i protagonisti, che sono un po’ il nocciolo di tutta la storia, tante parentesi aperte e mai chiuse, o capite fine in fondo. Tante citazioni, tante note musicali delle canzoni popolari che animano il dibattimento sempre più acceso, che mantiene vivi i nostri protagonisti che non si perdono l’animo nemmeno per un momento nonostante tutto. Nonostante la tensione per l’esame da fare al sorgere del giorno, e la paura che lentamente si insinua nella pesante aria difficile da respirare.

L’esame di Cortázar non pretende di raccontare una storia che tarderà effettivamente a succedere nella realtà. Il suo intento, invece, è di dare la possibilità al lettore di vivere i momenti unici tra le viuzze di una città seppur surreale fin troppo realistica, vista con gli occhi di una gioventù costretta forse a crescere troppo veloce, il cui disorientamento lentamente esce in superficie. Mi sono trovata a leggere un romanzo sicuramente complicato, a tratti difficile a capire fino in fondo, ma che resta dentro per l’emozione troppo forte che toglie fiato, impaurisce e insegna di non mollare anche quando perdi il suolo sotto i piedi. Sentirsi sempre vivi, emozionati, come, appunto, prima di un esame importante. “Ti chiedo di non arrenderti — dice Andrés a Clara — Di continuare a sentirti sempre come alla vigilia di un esame”. Il voto, da uno a cinque, quattro. Assolutamente da leggere.

Libri: Chi manda le onde

Quando ripensiamo al passato, alle canzoni che ci hanno fatto sognare, alle pellicole che ci hanno fatto emozionare fino alle lacrime, diciamo, con un po’ di nostalgia nella voce: La mia canzone dell’estate 2015, oppure vi ricordate quel film dell’estate 2015, quanto ci ha fatto ridere? Ecco, quando un giorno mi chiederanno di eleggere il mio libro dell’estate che sta finendo lentamente, potrò rispondere, senza alcuna esitazione: Chi manda le onde, di Fabio Genovesi.

Quanto tutti parlano di un libro, ci sono due casi: o è davvero così bello, oppure .. oppure.. no. Di solito non mi lascio conquistare così facilmente, spesso e volentieri ho atteso molto prima di leggere un libro in voga al momento. Ma quando c’è dentro di te una voce che continua a spingerti verso un determinato titolo, ed è così insistente che non puoi proprio schiacciarla come se fosse una mosca, non ti resta altro che arrenderti. Le strade sono due, o ti conquisterà, oppure..beh, sapete già, no? Dire che il libro di Fabio Genovesi, che tra l’altro non conoscevo proprio visto che gli autori italiani non sono un mio forte, mi ha conquistato è riduttivo. Preferisco dire che mi ha dato una vera gioia e un raro privilegio a conoscere e passare del tempo prezioso in compagnia di quell’essere così speciale, come Luna, e dei suoi amici.

Siamo a Versilia, la meta tanto ambita dai ricchi russi che si danno da fare per conquistarla al suon di banconote contate. Il mare con le sue onde perfette ci avvolge e ci culla mentre ci sta raccontando la storia di Luna, una bambina albina che vede poco però ci fa conoscere il suo mondo visto dagli occhi di immaginazione che condivide con la mamma Serena, solo di nome e meno in vita di ogni giorno, e con il fratello surfista, Luca, bello e amato da tutti, soprattutto dalle ragazzine del paese. C’è poi, Sandro, un insegnante d’inglese, un precario con una vita poco regolare e incasinata, resa più vivace e divertente grazie agli amici di sempre, Rambo e Marino che nonostante la loro non più giovane età si sentono dei ragazzi eterni. C’è il nonno Ferruccio, un ex bagnino perennemente in guerra con il nemico russo, un po’ ruvido ma con un cuore d’oro che fa di tutto per nascondere e che si scioglie, seppur non volendo, in presenza di quel nipote acquisito, che sua figlia ha preso in affido dopo il disastro di Chernobyl ma che ha “parcheggiato” dal padre perché si occupasse di lui. Zot, il bambino russo, più che altro bambino soltanto di statura e di età ma di fatto un essere grande, si direbbe anche vecchio nell’animo, considerando almeno i suoi gusti musicali. È molto affezionato a Luna, alla quale sta sempre vicino, soprattutto nei momenti difficili che la vita purtroppo non risparmia ai piccoli. E poi ci sono le onde, le onde che riportano a gala i messaggi nascosti o creati apposta per dare un messaggio che altrimenti non si può esprimere a parole, per paura, per sentirsi in colpa. Le onde che parlano ai grandi e ai piccini uniti nell’abbraccio della stessa onda perfetta che può portare dolore ma anche far guarire l’animo ferito.

Scritto con chiarezza e un linguaggio diretto, aperto, forse più adatto ai giovani, e con un pizzico d’ironia che non guasta mai. È un libro che sa farti ridere ma anche emozionare. Un paio di volte, ammetto, mi è scesa anche qualche lacrimuccia. Se con Serena, Luna e Luca è stato spesso un tufo al cuore, con Sandro, Marino e Rambo è stato un viaggio al limite tra il surreale e il ridicolo. Il personaggio che di più mi è piaciuto, oltre a Luna che ho amato alla follia ed è quella che sicuramente più mi manca, è stato il nonno Ferruccio, che ha saputo conquistarmi lentamente.

Perché ho amato così tanto questo libro di Genovesi? Perché l’ho trovato molto di vita reale, perché raccontato con la bocca delle persone che avremmo potuto benissimo conoscere. Ma soprattutto perché un libro che sa emozionarmi non può essere che bello. Dirvi che lo consiglio è davvero superfluo.

“La vita è un temporale, è una burrasca. È una tempesta di schiaffi, con dentro, ogni tanto, per sbaglio, una carezza.” Parola di nonno Ferruccio. “L’importante è però non abituarsi mai a questi schiaffi. Non giungere al punto in cui il nostro viso diventa insensibile, perché poi quando arriva quella carezza meravigliosa, ecco, dobbiamo sentirla bene e godercela fino in fondo.” Saggezza di Zot.

Libri: Dimmi che credi al destino

Chi mi conosce bene, sa che per farmi felice basta davvero poco. Un buon libro, un sorriso, il dolce che non può mancare, stare in compagnia con gli amici. Poche cose ma che hanno un significato importante per me. Di recente ho ricevuto in dono, da un’amica conosciuta proprio grazie alla passione condivisa per la lettura, un libro davvero speciale, non solo per il suo contenuto quanto per l’emozionante dedica che porterò sempre nel mio cuore (Oltre a quella dell’autore, una sorpresa graditissima).

Non avevo mai letto nulla di Luca Bianchini, seppur possedendo alcuni suoi romanzi, aspettando, forse, il momento giusto per fare la sua conoscenza.  Ma quando un’amica ti regala proprio il suo “Dimmi che credi al destino”, libro con una copertina che vagamente mi ricordava un palazzo di Trento, che per giorni ti sta guardando dal comodino e ti invita a prenderlo, non puoi fare altro che rispondere alla sua chiamata. Infatti, non ho resistito. L’ho letto nel giro di pochi giorni.

Un buon scrittore si riconosce dalla capacità di farti entrare nel suo mondo, lasciandoti il giusto spazio e il tempo per ambientarti, ma soprattutto per avvicinarti lentamente ai personaggi e farteli amare, anche quelli che magari ti stavano antipatici, salvo, poi, scoprire che avete persino delle cose in comune. In questi giorni Luca mi ha preso per la mano e mi ha fatto conoscere una Londra che ho sempre detestato un po’ anche se non ci ho mai messo piede, una città a portata di mano di tutti, che sa conquistarti poco a poco con il proprio ritmo, le proprie luci abbaglianti che accolgono ogni anima in pena, ogni profugo d’amore dandogli la possibilità di iniziare una nuova vita.

La storia gira intorno all’Italian Bookshop, un luogo che è davvero un must per tutti coloro in visita a Londra che amano libri e la cultura italiana, ma dove possono trovare tutti, anche e soprattutto i londinesi, un calore e una simpatia unici. A gestire la libreria è Ornella, una signora veronese con un passato tanto doloroso quanto ingombrante che continua a perseguitarla e di cui peso non è così facile liberarsi. Ad aiutarla c’è Clara, una vedova italiana ma più british di tutti i britannici messi insieme, che al buon caffè preferisce una tazza di tè e le cui giornate girano intorno al suo gatto, un amico immaginario al quale sempre ricorre quando sta male. In un momento critico per la libreria, il cui vendite sono calate e il proprietario del locale da alla donna due mesi per risolvere la situazione, arrivano i rinforzi dall’Italia e dal vicino negozio di barbiere. La Patti, storica amica milanese di Ornella, un personaggio colorito che mi è piaciuto molto per la sua filosofia della vita, e Diego, un ragazzo napoletano in fuga a Londra dove cerca di lenire le ferite d’amore.

Una storia con tante storie dentro che in un giro di valzer inglese ci fa capire che la vita va vissuta, nonostante i momenti neri che possono oscurarla. Va vissuta e va combattuta, come una vera guerra al quale ha fatto parte Mr. George, l’amico delle tante passeggiate di Ornella con cui è così facile confidarsi e ricevere i giusti consigli. Il passato va affrontato, anche se fa ancora male perché solo così si può stare in pace con se stessi e vivere il presente che non è un tunnel senza uscita ma un cielo pieno di stelle che ci illumina la strada verso la felicità. Dobbiamo solo saper attendere, con pazienza, e affidarci al destino che prima o poi ci sorprende, facendoci capire che aver paura non serve e che bisogna buttarsi e farsi portare dalla corrente. Bisogna credere, a noi stessi, all’amore, quello capace di farti dimenticare ogni male e avere di nuovo  fiducia nell’altro, al destino.

Bernard: “Tu ci credi al destino?” Ornella: “Dimmi prima cos’è il destino?” Bernard: “Il destino è quella porta socchiusa da cui ogni tanto puoi sbirciare. E allora capisci che nulla avviene per caso e che tutto ha un senso, anche quando sembra non averlo.”

E, quando un libro ti conquista dalla prima all’ultima pagina, puoi solo dire: quanto l’ho amato! Voto: da uno al cinque, massimo. Se anche voi credete al destino, tanto o poco che basta, fatevi un giro a Londra con Ornella e amici dell’Italian Bookshop, sapranno sorprendervi.

Libri: E le stelle non stanno a guardare

Borgo Propizio, un luogo incantevole, con dei cittadini favolosi che conquistano ogni lettore, chi per la propria ironia, chi per la propria bravura, chi per proprie imprese eroiche. C’è chi sa prendere il lettore per la gola, chi per la parola scritta e grande popolarità. A Borgo Propizio, un antico e piuttosto movimentato borgo, non ci si annoia mai. Se nel primo libro, Borgo Propizio appunto, a movimentare piuttosto spenta la vita cittadina ci ha pensato una giovane donna di nome Belinda, proprietaria dell’ormai famosa latteria Fatti mandare dalla mamma, che onora il gran musicante tanto amato dalla sua zia Letizia, una vedova piuttosto brillante e simpatica; a tenere occupato il lettore nel suo seguito, E le stelle non stanno a guardare, ci pensa il sindaco, Felice, di nome e di fatto, Rondinella e l’assessore alla cultura Tranquillo, che poi tranquillo non è,  Conforti, intenti a organizzare nell’antico borgo un festival letterario la cui organizzazione aspetta a una giovane donna, Ornella.

“E le stelle non stanno a guardare” ci fa conoscere meglio l’incantevole Borgo Propizio, che abbiamo imparato ad amare, soprattutto per i suoi personaggi divertenti ed ironici, con la prima parte della saga. Non nascondo che è stato molto bello ritrovare i vecchi amici, come le sorelle Marietta e Mariolina sempre in rapporto conflittuale tra l’odio e l’affetto, la brava ma piuttosto acida lattaia Belinda, la maga di dolci capace di farti provare un’atmosfera unica pregustando le sue prelibatezze sfornate con la tazza di buon latte di gusto speciale, la sua sempre amabile zia Letizia, il personaggio che ho amato tantissimo prima e per la quale l’affetto è ancora cresciuto man mano che giravo le pagine. Ci sono, poi, tantissime new entry, come la forestiera Antonia che porta con se un bagaglio troppo pesante per la sua anima ma che riuscirà a trovare la pace tanto ambita tra le mura propiziesi, un giallista affascinante, Rocco Rubino, amato soprattutto da donne, che Ornella, incaricata da professor Conforti inviterà da far da star all’evento spaziale sotto il buon auspicio del cielo stellato, un giovane chef, Chicco (che nome buffo dal quale cerca di staccarsi facendo la battaglia con tutti, sua madre in primis, per farsi chiamare con il nome di battesimo, Francesco).

Ho ritrovato, tra le pagine del secondo capitolo della saga, lo stile conosciuto dell’autrice, la sua spiccata ironia e il sapere di avvolgere il lettore nel caldo abbraccio di un luogo perso nel tempo che non può che conquistarti al punto di sentirti, quasi, di essere un cittadino onorario di Borgo Propizio.  Uno di loro, insomma. Però, c’è un però e non posso evitarlo, ho trovato il libro, nonostante la sua indiscutibile piacevolezza, a volte molto pesante e poco entusiasmante. Sarà che lo leggevo dopo una serie di libri che hanno fatto un forte impatto su di me, dei quali ve ne parlerò in seguito, però non mi ha dato quel che forse aspettavo dal momento in cui iniziai la lettura. Troppe storie in una, un finale seppur carino troppo veloce. C’erano dei passaggi troppo descrittivi, dettagliati al punto di esasperarmi a volte, che mi facevano arenare e deporre il libro per un po’. Stancante ogni tanto, che andavo avanti più per dover arrivare ad un certo punto alla fine e non perché fossi rapita a tal punto di aver la voglia sfrenata di non lasciarmi perdere nessun passaggio. Ho preferito molto di più il primo libro, che mi aveva conquistato con la maggior forza, con più passione. Ciò nonostante, lo considerò comunque un romanzo carino, piacevole, da 3/5, e lo consiglio perché è un luogo di fantasia che vale la pena visitare per assaporare quell’atmosfera vintage che non lascia indifferenti.

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